Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)
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lunedì 19 maggio 2008

Kavafis e Polimede di Argo: riflessioni su "Ricorda, corpo..."

Σώμα, θυμήσου όχι μόνο το πόσο αγαπήθηκες,
όχι μονάχα τα κρεββάτια όπου πλάγιασες,
αλλά κ’ εκείνες τες επιθυμίες που για σένα
γυάλιζαν μες στα μάτια φανερά,
κ’ ετρέμανε μες στην φωνή — και κάποιο
τυχαίον εμπόδιο τες ματαίωσε.
Τώρα που είναι όλα πια μέσα στο παρελθόν,
μοιάζει σχεδόν και στες επιθυμίες
εκείνες σαν να δόθηκες — πώς γυάλιζαν,
θυμήσου, μες στα μάτια που σε κύτταζαν·
πώς έτρεμαν μες στην φωνή, για σε, θυμήσου, σώμα.

Corpo, ricorda, e non solo quanto fosti amato,
non soltanto i letti in cui giacesti,
ma anche quei desideri che per te
brillavano chiari negli occhi,
e tremavano nella voce - e qualche
casuale ostacolo li rese vani.
Ora che tutto ormai appartiene al passato,
sembra quasi che a quei desideri
tu ti sia concesso - come brillavano,
ricorda, negli occhi che ti guardavano:
come tremavano nella voce, per te, ricorda, corpo.

Questa poesia di Konstantinos Kavafis si intitola Θυμήσου, Σώμα..., cioè Ricorda, corpo..., e fu scritta nel 1918 - il poeta aveva 55 anni. Se ne leggono moltissime in una splendida edizione elettronica curata dall'Archivio Kavafis - quella riportata sopra ha la traduzione di Paola Maria Minucci, e il testo originale si legge a questa pagina.
Non tanto perchè l'amore si spenga, ma perchè una strana equivoca malìa aleggia in questi versi del più misterioso e affascinante poeta neoellenico del Novecento - per tali motivi pare che in realtà, in questo componimento, non accada nulla, che tutto sia fermo - in fine, pare che il tempo sia sempre stato così, bloccato in equilibrio su uno stallo senza prima né dopo.
Forse è questa l'immagine più propria che la poesia di Kavafis vuole ottenere: se nella interpretazione "esterna" dei suoi poemi si comprendono facilmente le suggestioni di una decadenza vissuta nella terra par exellence di quest'atmosfera in Occidente, Alessandria d'Egitto - la patria dell'Ellenismo che viaggiava controcorrente già con i satrapi e la Biblioteca - in quella interpretazione "interna" che si può azzardare, l'omosessualità esplicitamente coltivata e dichiarata di Kavafis si sublima in una posa, spesse volte ripetuta nei suoi versi - quella del kouros in posizione stante, muscoloso ma senza esibizione, dal sorriso enigmatico, languido nella sua forza, non femmineo ma nemmeno erculeo.
Certo, tornano infinite volte le tombe, le ispirazioni degli epitimbi bizantini, quelli dell'Antologia Palatina - come tornano pure gli amori che lì si consumano e i profumi e le luci; ma in alcuni componimenti più nascosti, torna non tanto la lascivia, la brama per un piacere che sfuggirà comunque e di cui si vuole rallentare la caduta nel retrogusto amaro, quanto un'arcaica ricerca.
Non si tratta di una vana regressio alla purezza - a cosa servirebbe, ad Alessandria d'Egitto, se non ad annacquare i lunghi caffè e gli sguardi umidi di caldo e desiderio? - quanto di rievocare, sapendolo, Polimede di Argo più che Skopas o anche Kritios. Evocare un antico veramente senza necessità di mostrare la sua forza - una linfa non soggiogata a dolcezze o effeminatezze - più che l'ambiguo mestiere di chi sa di poter scambiare luci ed ombre, levigare muscoli egli efebi, e poi mascherarli sotto la brillantezza di un capo reclinato, di un salto di danza.
Il Kavafis noto è quello che mostra il suo essere necessario posto in Alessandria; quello notevole, illumina un orizzonte più lungo, azzurrino, dove i corpi soltanto, ormai senza anima, ricordano i piaceri che hanno avuto e donato, ora che proprio un tempo inutilmente trascorso li priva forse anche della memoria; e se l'anima di una effimera coppia di amanti non rimane, è bene preservare la memoria senza inganni, senza pensare di essersi concessi al piacere - bisogna gustare anche l'amaro che il dolce lascia in fondo al palato.

lunedì 28 aprile 2008

La mostra "Luce" di Pino Pedano a Milano

Pare una coincidenza, eppure questo blog è aperto da qualche giorno, e da poche settimane è stata aperta a Milano (nella chiesa di Santa Maria Annunciata) la mostra "Luce" dello scultore messinese Pino Pedano (è di Pettineo).
Il fatto è che Pedano non è uno di quegli scultori rimasti in Sicilia a modellare il legno: la sua intelligenza e la sua inventiva l'hanno portato già dagli anni '70 del secolo scorso in tutto il mondo. Se poi si aggiunge una installazione luminosa a dialogare con i volumi in legno delle dodici sculture, e si aggiunge pure che questa "scultura di luce" è l'ultima opera dello statunitense Dan Flavin, si capisce come il fatto che la mostra sia stata voluta anche da un teologo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, non sia altro che un ulteriore tassello di eccezionalità e di importanza per l'occasione e i pensieri che vi sono dietro.
A guardare la Rete si trovano alcune belle recensioni: io segnalo solo l'articolo a questa pagina e con piacere il sito personale del maestro Pino Pedano.

domenica 27 aprile 2008

Riflessioni su "Opfer" di Rainer Maria Rilke

Nei Neue Gedichte ("Nuove Poesie") di Rainer Maria Rilke, quasi all'inizio della raccolta, si legge un componimento dal titolo Opfer, che in italiano vale "offerta" o "sacrificio". Sono tredici versi.

Opfer
O wie blüht mein Leib aus jader Ader
duftender, seitdem ich dich erkenn;
sieh, ich gehe schlanker und gerader,
und du wartest nur -: wer bist du du denn?

Sieh: ich fühle, wie ich mich entferne,
wie ich Altes, Blatt um Blatt, verlier.
Nur dein Lächeln steht wie ein lauter Sterne
über dir und bald auch über mir.

Alles was durch meine Kinderjahre
namenlos noch und wie Wasser glänzt,
will ich nach dir nennen am Altare,
der entzündet ist von deinen Haare
und mit deinen Brüsten leicht bekränzt.

Offerta
O, come fiorisce il corpo mio più aulente
da ogni vena, da quando io ti conobbi;
ecco, vedi: più agile e diritto io vado,
e tu soltanto aspetti - ma chi sei, dunque?

Ecco, vedi: quando mi allontano percepisco
come io perda, a foglia a foglia, quel che fu una volta.
Ma adesso il tuo sorriso splende più delle stelle
su di te, e anche su di me fra un poco ancora.

Tutto quel che senza nome alcuno dai miei anni
infantili splende ancora come l'acqua,
a te lo dedicherò sull'altare, col tuo nome,
l'altare che avvampa dentro la tua chioma
e ha corona leggera fra i tuoi seni.

Fa pensare ad una sensibilità intessuta di ori e verde di foglie, questo componimento - ma non vi è ancora nulla delle immagini estenuate di Klimt, ad esempio. Non rimane più la suggestione di Dante Gabriel Rossetti, ma nemmeno si può ravvisare il viaggio a ritroso di Des Esseintes - ancora non decade nulla.
Allora questo canto potrebbe essere dedicato all'amicizia? Forse, potremmo pensare ad un ultimo guizzo di Hölderlin rivissuto dal boemo Rilke - eppure viene un ricordo di Musil, di un brano dall'Uomo senza qualità:
"Ulrich non aveva mai potuto soffrire quel piano a coda sempre aperto che digrignava i denti, quell'idolo dal muso schiacciato e dalle gambe corte, quell'incrocio fra un bassotto e un mastino che dominava la vita dei suoi amici e persino i dipinti alle pareti e le linee scarne e affusolate dei mobili d'arte; anche il fatto che non avevano domestica ma soltanto una donna a mezzo servizio per cucinare e scopare rientrava nel quadro. Fuori delle finestre i vigneti salivano con gruppi di vecchi alberi e casette sbilenche verso i turgidi boschi, ma vicino tutto era spoglio, disorganico, isolato e corroso come accade dove le periferie delle grandi città si spingono dentro la campagna. Fra le scabre adiacenze e l'amabile paesaggio lontano, lo strumento tendeva il suo arco; lucido e nero, scagliava fuori di quelle pareti colonne infuocate di dolcezza ed eroismo che, ridotte a impalpabile cenere di suoni, poche centinaia di passi più in là cadevano al suolo senza fra l'altro raggiungere la collina di pinastri, con l'osteria a metà strada del bosco."
Qui la musica del pianoforte vale per gli anni di giovinezza della poesia di Rilke: solo quel che rimane può essere dedicato all'amata sull'altare dell'Amore - e questo ormai è poco, perchè "non giunge" a farsi sentire dalla società (l'osteria). La ragione è che non brilla più come l'acqua, e ha invece accumulato dentro di sé la cenere: è l'amata a far divampare l'altare, non certo il fuoco alimentato dai sacrifici che vi si pongono.

venerdì 25 aprile 2008

"Dentro la cornice" di Enrico de Pascale e Chiara Gatti

Mi è capitato fra le mani, dopo una breve discussione con un agente librario, il volumetto molto bello e utile dal titolo Dentro la cornice. Il sistema dell'arte ieri e oggi, curato da Enrico de Pascale e Chiara Gatti, che è edito da Bruno Mondadori Arte (costa € 7,50).
Pieno zeppo di immagini, di interviste sapienti e organizzato in sezioni chiare e efficaci sulla filosofia e la pratica artistica, il collezionismo, il valore delle gallerie e delle mostre, le tecniche di esposizione delle opere e una riflessione interessante sulle aste e sui prezzi che vi si raggiungono, questo volume di un centinaio di pagine, oltre che un utile strumento per studiare (a scuola e da soli), mi pare anche un modo fresco e divertente per far scendere l'Arte dalla Torre d'Avorio dove è salita, e tornare a sentirla - come giustamente dovrebbe essere - un prodotto del pensiero degli uomini. Quindi un modo per non aver timore di avvicinarsi a opere grandi e famose e celebrate o dirompenti e innovative, cariche di contraddizioni e di spirito - e infine anche per comprendere dove si trovano le fandonie e dove invece le perle.
Da queste parti il link verso la pagina della casa editrice sull'opera di De Pascale e Gatti.