Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

sabato 20 settembre 2014

Quarto giorno di scuola, fine della prima settimana

Dammi un voto! 
Oggi è sabato, domani non si va a scuola...
Sabato mattina ancora a scuola...
Due vecchie canzoni che i miei alunni di quest'anno non conoscono, forse non conosceranno mai: qualche anno fa mi è capitato più di un alunno che ho scoperto a cantare canzoni più datate rispetto al sottoscritto, e mi sono stupito. Ma i miei alunni di Scuola Media hanno ancora un rapporto distante con la musica pop, credo.
Con il caldo incredibile e l'umidità molto alta la giornata è corsa via molto lentamente, e non è un ossimoro: la temperatura, la prima subitanea stanchezza dei ragazzi hanno stimolato oggi comportamenti che tentennavo ad aspettarmi, e speravo non si proponessero.
Quando si parla di integrazione degli stranieri, cosa si intende?
È una formula standard, oppure qui nell'Estremo Sud d'Europa, qui sulla Porta dell'Europa dove trovano vita (e spesso morte) quei migranti, l'integrazione è più facile/difficile? O è già "a parti invertite" in alcuni quartieri, come capita in altre città d'Italia ben più famose di Vittoria, in provincia di Ragusa?
Sta di fatto che oggi, col caldo, la difficoltà di ingranare il ritmo di lavoro delle Scuole Medie, la nostalgia del mare, delle vacanze, del riposo, delle maestre, delle Elementari, della libertà, dei giochi, ha scatenato pulsioni sopite: le compagne che già non si sopportavano alle Elementari e che si sono ritrovate insieme, si scambiano smorfie, boccacce, insulti, minacce; e parte offesa (assieme a parte attiva in altre occasioni) sono due ragazze straniere, nordafricane; mentre il ragazzo, nordafricano anch'egli, dialettofono perfetto ma colpevole di stranierità, viene escluso dal lavoro di gruppo che propongo, e per ripicca si autoesclude.
Chi avesse una soluzione magica, immediata, efficace sulla lunga distanza nello spazio e nel tempo, avrebbe già guadagnato da un lato la riconoscenza, dall'altro il potere del Mondo: per fortuna, a pensarci bene, una tale ricetta non esiste, perché altrimenti delle conseguenze funeste si possono immaginare facilmente, se messa nelle mani sbagliate.
Ma quanto sia diffusa l'imitazione dei "grandi" (possibilmente si tratta di questo) nelle menti di questi miei piccoli alunni, e quanto sia vivido e attuale il quadro di William Golding ne Il Signore delle Mosche mi lascia interdetto, basito e stupefatto, se il cinismo che a volte viene con l'età non mi avesse reso già più duro e refrattario di quanto io stesso desideri.

venerdì 19 settembre 2014

Terzo giorno di scuola

Dammi un voto! 
Distinguere un nome da un cognome.
A qualcuno potrebbe parere attività comunque facile, pur considerando la grande (esagerata, smodata, eccessiva, metastatica) proliferazione di nomi non-tradizionali, con le varianti ortografiche del caso, ovviamente. Dunque a qualcuno potrebbe sembrare ad ogni modo facile poter distinguere il nome dal cognome facendo leva su s finali aggiunte quasi a casaccio su nomi perfettamente italiani, h che spuntano nelle posizioni più improbabili, grafie non solo od esclusivamente "inglesi" o "anglofone", ma per una somma di ipercorrettismi, addirittura "tedesche" o "germanofone" come nel caso delle palatali rese con "sh" o anche con "sch", che a volte accompagnano le famigerate y al posto delle j che dovevano essere delle g (o viceversa, con tutta la combinatoria degna di Ramon Llull o di Raymond Queneau).
Ma a me oggi è capitato decisamente l'inverso, rispetto a qualsiasi combinatoria si prenda appunto come riferimento: un mio giovane alunno non sa quale sia il suo nome e quale invece il cognome; oppure non conosce la differenza; oppure la famiglia non conosce la differenza; oppure la famiglia ha usato un cognome per battezzare il proprio figlio (moda statunitense e del Brasile e del Sud-Est asiatico, principalmente).
Quella che a me sembrava una variante un po' modernizzata o un "francese" o "francofona" di un nome perfettamente italiano, e che però è anche un cognome diffuso nella zona dove sto lavorando quest'anno, già mi poneva delle difficoltà, specie perché i bambini hanno l'abitudine di presentarsi con l'ordine Cognome+Nome, come nel vecchio stile militare/scolastico/dialettale. Avevo però optato per interpretare quella variante come nome di battesimo.
Il cognome non mi faceva mistero, pur con una variante ortografica dovuta ad ipercorrettismo dell'addetto dell'Ufficio Anagrafe di qualche generazione fa, o alla solerzia italianizzante di un vecchio parroco del tempo che fu: cognome diffuso nel Meridione d'Italia, aggettivo di provenienza che vale "lavoratore in un accampamento militare".
Ma il mio alunno mi dice che quel suo "cognome" è in realtà il suo nome proprio; e quando io gli chiedo spiegazioni, lui mi guarda basito e mi spiega che è così, punto. Me lo dice in dialetto, è chiaro.
Allora mi vengono dei dubbi, seri, su di me e la mia rapida intuizione capace di distinguere nomi da cognomi in Italia, sulle mie conoscenze onomastiche ed etimologiche, sulla logica stessa che ha forse spinto un padre a far scrivere e registrare all'anagrafe un figlio con un nome tanto strano; per non dire dei dubbi su come si possa sbagliare/invertire/non distinguere il proprio identificativo principale ad una certa età.
Poi arrivano le grida e le risate dei bimbi che mi chiamano perché due di loro, dicono, si sono "baciati in bocca" in un attimo di libertà dal lavoro che stavamo compiendo, e torno alla normalità.

giovedì 18 settembre 2014

Secondo giorno di scuola

Dammi un voto! 
All'ultima ora di oggi — in questa prima settimana usciamo alle 12.30 — un ragazzino di Prima mi chiama, per farmi avvicinare al suo banco: ho appena finito di trascrivere alla lavagna delle istruzioni per un piccolo compito da svolgere in pochi minuti prima di andar via.
Prufissuri! Veni cca!
I bimbi mi chiamano ancora con il tu con cui hanno apostrofato le loro maestre per cinque anni: potrebbero, del resto, essere miei figli, data la differenza d'età, e non mi voglio certo mettere a spiegare che dovrebbero darmi del Lei.
Prufissuri, cchi eni l'hobby?
"Professore, cos'è un hobby?".
Ho chiesto ai miei giovanissimi alunni di giocare a presentarsi attraverso il loro sport preferito, o i loro amici e le attività nel tempo libero, o il loro hobby principale, o l'animale che a loro piace di più: vorrei vedere come scrivono, se e come organizzano il discorso, avere una conoscenza un po' più ampia del loro modo di pensare linguisticamente, e uso sempre questo gioco nei primi giorni di scuola, qualsiasi sia l'età dei ragazzi di fronte a me — le risposte sono sempre diverse del resto, eppure sempre uguali.
Un hobby è un passatempo: se di pomeriggio giochi con i videogame, oppure in estate ti metti a raccogliere le conchiglie in spiaggia, o collezioni aeroplanini, questi sono degli hobby, dei passatempi...
Il mio alunno mi guarda stupito da un po', già quando ho usato il sinonimo passatempo per "hobby"; poi, mi guarda ancor più sperduto, anche se non ho parlato velocemente e il mio italiano non dovrebbe avergli causato chissà quale fatica nella comprensione, spero.
Mi annuisce, ma vedo che non è convinto: vengo richiamato da urla che mi arrivano da un nuovo alunno (ovviamente anch'egli dialettofono) che ieri non ho conosciuto, e devo spostarmi.
Nel frattempo, e poi in macchina quando mi rimetto in viaggio per tornare a casa, mi viene da pensare ad una conversazione con una collega avuta due ore prima, liberi tutti e due, al bar: in questa città dove presto servizio, le due scuole medie hanno assorbito le due fasce sociali che compongono la popolazione del luogo in maniera quasi esclusiva e disgiunta — i molto benestanti e i grandi poveri. Nella scuola dove la collega lavora già da sette anni, mi spiega dinanzi al caffè, l'utenza è quella dei grandi poveri: non l'avrei mai detto.
Ma che siano così poveri da non avere la fortuna di far conoscere a un ragazzino di Prima Media cosa sia un passatempo, non dico un hobby (che è ancora "inglese", per una certa fascia sociale, evidentemente: dunque concetto "straniero"), ma un passatempo, mi fa sentire quanto sia ancora "estraneo" e non solo "straniero" questo concetto per alcuni, purtroppo.

mercoledì 17 settembre 2014

Primo giorno di scuola

Dammi un voto! 
Dialettofoni.
I miei nuovi alunni delle Scuole Medie di quest'anno, se fossero definiti per la loro produzione linguistica da uno studioso, sarebbero etichettati in questo modo.
Ne ho avuti in questi anni, con i loro tratti tipici a livello di pronuncia o di lessico o di sintassi, ed erano alunni delle Superiori di luoghi ben diversi da questa mia patria che mi risulta insieme familiare ed estranea: ho lavorato in Toscana, mentre ora ritorno nella provincia estrema più a Meridione d'Italia.
Questi giovanissimi ragazzi traducono letteralmente, stentano, si arrabattano dopo le mie richieste di esprimersi in Italiano, mancano del lessico fondamentale, e mi chiedo come siano arrivati fino a qui dopo i loro anni alle Elementari. Già forse il fatto che continuo a chiamarle Elementari, Medie e Superiori è un segno, da parte mia, di una presa di posizione.
I miei piccoli alunni a cui non sono abituato fanno motivo di vanto del non saper parlare in italiano: c'è il peso della loro età e della loro ricerca di identità anche attraverso la lingua, è chiaro; ma questo loro dialetto è anche fluido, normale, spontaneo — mi viene da pensare a Pasolini.
Mi stupisco di queste loro difficoltà, dei sudori freddi che li colgono quando chiedo nuovamente di parlare in italiano, di come si trovino a riformulare non solo a livello linguistico ma anche e soprattutto invece a livello di contenuto il loro messaggio, per renderlo più semplice e in particolare più breve e superare così il fastidio della traduzione.
Chissà perché mi stupisco più che degli altri dialetti che ho conosciuto in questi anni?  Sarà la mia posizione ormai diversa così rispetto al vicino passato?

sabato 8 marzo 2014

Io l'8 tutto l'anno

Dammi un voto! 
Tutti gli anni si ripete, purtroppo, un rito in questa giornata: triste, dal mio punto di vista, ma forse necessario, se la regolarità è tale...
Alcuni uomini fanno pubblica professione di penitenza per colpe non a loro attribuibili personalmente, e alcune donne mostrano un astio generalizzato e onnipervadente che coinvolgerebbe perfino altre donne, colpevoli di poca o cattiva militanza...
Ecco, è un giorno di militanza proprio perché non si esce dallo schema del sacrificio umano, del rito del sangue — si uccide una vittima, si mostra la violenza, si gettano fiori per compiacere e scusare simbolicamente, giustificare quindi quella stessa violenza che si perpetra, e che forse è impossibile non commettere. È  l'uccisione della vittima sacrificale con cui René Girard spiega la nascita e la dinamica simbolica delle società.
La violenza, del resto, è identificata e ripetuta, sia all'interno del rito, sia fuori da parte di chi compie omicidi: e oggi, altrettanto simbolicamente e in modo sanguinosamente concreto, un uomo ha ucciso sua moglie, e una moglie e una figlia hanno ucciso il loro marito e padre...
La statistica certo, pende purtroppo dalla parte delle vittime femminili: ma la statistica non spiega la violenza, la descrive e la misura.
Poi, una spiegazione di quel meccanismo, che mi arriva tanto dolce quanto inattesa, e che mi indica non una soluzione, ma un orizzonte diverso.
Dice Vittorino Andreoli, in un suo saggio di qualche tempo fa, che siamo in una "Società senza padri", e che il problema sta lì — nella mancanza di una figura autorevole, al di là del sesso biologico di chi la incarni, contrapposta alla Grande Madre, di cui pure si sono perse le tracce nel suo significato di accoglienza fondante.
E vengo alla spiegazione per me: Martina, una mia ex-alunna dell'anno passato, mi scrive raccontandomi di aver ricevuto una mimosa in dono e di aver pensato subito a quel giorno in cui io regalai alle donne della scuola dei fiori, che finirono dalle custodi, esposti all'ingresso.
Mi dice, Martina, di essersi commossa in un ricordo di nostalgia.
Ecco: l'occasione di quel mio dono non era l'Otto Marzo, ma l'entrata della Primavera — ma cosa importa? La memoria ricrea l'Essere, dà ad esso un ordine.
E allora per uscire dal rito della violenza forse, assieme a tutti i gesti concreti e giustissimi e importantissimi, urgentissimi, serve anche qualcosa di lento, apparentemente inutile, senza scopo, non efficace in quanto non ordinato a un obiettivo.
Dico la gentilezza, la bellezza, la cortesia: e non penso al recente Oscar di Sorrentino, ma ad un manifesto di Nuccio Ordine, un libro bellissimo e appassionato dal titolo L'utilità dell'inutile, uscito l'anno scorso da Bompiani. Vi si predica, con le parole sue e quelle di tanti letterati, artisti, filosofi, scienziati, pensatori, quel che il titolo afferma — vi sono cose che non possono essere misurate, calcolate, pesate, valutate in termini di efficacia, efficienza e prontezza, e che al contempo sono quanto di più utile vi sia per l'umanità, ogni persona e ogni istante di vita. Appunto la Bellezza, la Gentilezza, la Cortesia, il Dono e il Sacrificio, il Tempo e lo Spazio condivisi, allargati dalla partecipazione comune.
Questo non è un modo di sminuire la Scienza a scalpito di un sentimentalismo di maniera, illogico nel senso pieno del termine: questo è un modo di allargare la Scienza alla occidentale, al maschile (penso a un libro fondamentale di David Noble, intitolato Un mondo senza donne, che indaga la sociologia della scienza e la politica europee dal Medioevo ad oggi come il progetto e il processo concreto e continuato di escludere le donne da qualsiasi forma di potere e persino di rappresentanza all'interno della religione, della politica e della scienza, che si sono strutturate come mondi maschili), verso una visione più completa, non maschile o femminile, e che volutamente vada oltre quel che si è cancellato e oscurato da parte degli uomini e lo recuperi come una porzione fondamentale di quel mondo e del Mondo in generale. Ripeto, non secondo il sesso biologico di chi incarna il potere: oggi, per quanto rari, si danno casi di logiche maschili promosse da donne al potere — proprio perché sono rare le donne al potere.
Voglio augurare a un tu donna e alla donna che cresce con te, di essere sempre felici e sempre gentili, belle e cortesi con voi stesse e con il mondo che vi circonda: essere tali non significa essere arrendevoli o condiscendenti, ma decise invece, e accoglienti, come la Grande Madre.

E se anche questa fosse una visione maschile e storpiata, gentili nel criticarla e costruire una visione migliore, senza la violenza.