Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

sabato 11 novembre 2017

Musumeci e la laicità dello Stato

Io sono cristiano: non cattolico, ma cristiano. Lo affermo inizialmente per non far sviare rispetto al breve ragionamento che esporrò. Aggiungo che sono un ingenuo, e affronterò la questione ingenuamente.

Da qualche giorno è stata ripresentata come nuova (in verità è del 2015) una — legittima, ci mancherebbe — dichiarazione pubblica (ad esempio si può leggere questa pagina) del neopresidente della Sicilia, Nello Musumeci, che aveva per tema, fra gli altri, l'identità cristiana della Regione che egli governerà.
Vi si dice che per rifondare il senso dell'appartenenza, delle radici e della tradizione in un'epoca di smarrimento, dovrebbero essere allestiti in tutte le scuole primarie del territorio dei presepi natalizi  (aggiunta mia, rispetto al semplice e schietto "presepe" della dichiarazione originale, perché qualcuno potrebbe pensare che vi sia qualche intento di rimettere in scena il De Filippo di "Natale in casa Cupiello", dato che lì nell'opera teatrale il presepe restava tutto l'anno, coperto da un piccolo sipario e poi riaperto alla visione).
Nella dichiarazione si legge una aggiunta condivisibile: "Nessun alunno deve sentirsi obbligato a concorrere, specie se professante culti diversi da quello cristiano; ma avere rispetto per le religioni degli altri, non significa doversi vergognare della propria".

Eppure, dopo decine di sentenze grandi e piccole sulla liceità di esprorre simboli religiosi nei luoghi pubblici, sentenze — aggiungo — contrastanti fra loro e quindi non totalmente dirimenti la questione, la laicità dello Stato in tutti i suoi organi e a tutti i livelli è ancora qualcosa da desiderare e non un dato acclarato, almeno come coerenza rispetto al dettato costituzionale: infatti due fra queste sentenze hanno coinvolto i massimi gradi di giudizio, senza venire a capo della decisione da attuare.
Da una parte la Corte di Cassazione nel 2000 ha ritenuto l'esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici incompatibile con la libera scelta di laicità e pluralismo attivo del nostro ordinamento; dall'altra parte il Consiglio di Stato, che invece nel 2006 ha reputato coerente col dettato della Carta costituzionale la facoltà di esprorre i medesimi simboli religiosi.
È poi intervenuto anche più di un grado di giudizio a livello europeo, fin quando la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha riconosciuto, con sentenza del 2011, il diritto all'Italia di poter esporre simboli religiosi nei luoghi pubblici.

Ma se è sciolto un dubbio giuridico, il dubbio sostanziale e politico rimane.
Immagino bene quindi che la questione — da Machiavelli a Giucciardini fino a noi — non sarà risolta in un'aula di tribunale, degnissima ed ineccepibile, ma incapace di risolvere un problema che non ha la sua radice nel diritto, quanto nella cultura che di quel diritto è alla base.
Eppure, se la questione è quindi eminentemente "politica", mi chiedo come ancora si possa invocare da noi la religione a farsi strumento identitario "contro" altre religioni che — si afferma — sarebbero portatrici di uno snaturamento culturale. Non si stanno forse mescolando — impropriamente: ma lo dico da ingenuo, ripeto — le carte in tavola? Se la religione "altrui" è il problema, come può la religione "nostra" essere la soluzione, dato che entrambe hanno inficiato — a detta di chi afferma ciò — le rispettive culture?
Perché se l'unica cultura inficiata dalla religione è la cultura "degli altri", allora la questione è presto risolta: noi abbiamo ragione, e loro — "evidentemente", "come sempre" — sbagliano. L'importante è trovarsi sempre dalla parte del "noi" e restarvi, se no sono guai seri.
Se invece diciamo che "noi" siamo "tolleranti e democratici" perché abbiamo una tradizione e un fondamento religioso nella nostra cultura, in quale punto chi dice ciò ha smesso di considerare la nostra storia, i nostri atti colonizzatori, le nostre guerre (che sarebbero, per sua stessa ammissione, guerre motivate quindi anche dalla religione stessa)?
Delle due l'una: perché se siamo diventati tolleranti e democratici grazie alla nostra cultura fondata anche sulla religione, allora le nostre guerre sono state solo una "legittima difesa" verso conflitti iniziati da altri contro di noi.
Ma se non è stato così, allora — e se quindi ammettiamo che in quella ricostruzione ad hoc dei fatti che è stata la dottrina della "guerra giusta e santa" noi siamo stati parte attiva e non meramente passiva dei conflitti che hanno costellato la storia mondiale — quella religione ha fatto male anche alla nostra cultura, e noi siamo diventati tolleranti e democratici allorquando abbiamo iniziato a destinare la religione al solo "foro interno" della coscienza, e non più ponendola alla base degli ordinamenti statali che altrimenti abbiamo considerato "confessionali" in tutte le loro declinazioni — dal tardo Impero Romano, a quello Bizantino, a quelli europei a tutte le longitudini da ovest fino all'oriente russo.

Tranne che il neopresidente Musumeci non si riferisse alla specificità siciliana in quanto e per quanto noi siciliani non abbiamo mai iniziato delle guerre motivate dalla religione (non se ne danno esempi nemmeno nella storia del variegato Regno di Napoli/Regno delle Due Sicilie).
Ma ancora una volta: l'allora deputato dell'opposizione nell'Assemblea Regionale Siciliana parlava nel 2015 a titolo personale, o come rappresentante dello Stato in un suo organo elettivo quale è il consesso regionale? Ed in questi giorni, in cui sta nuovamente girando la sua dichiarazione di due anni fa, egli conferma o quanto meno non smentisce quella dichiarazione in quanto cittadino, o in quanto Presidente della Regione?

Soprattutto: se non si tratta di una questione amministrativa riguardo l'esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici, o di più ampia natura giuridica, ma di un fatto politico e storico, quanto dovremo ancora aspettare per decidere che "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani"?

Lo ribadisco, da cristiano convinto e volutamente ingenuo rispetto alle questioni storiche, politiche, giuridiche e amministrative: quanto ancora dovremo aspettare per affermare che una cosa è la laicità dello Stato, una cosa è invece è la libertà di coscienza? E per quanto tempo ancora la religione dovrà purtroppo essere tirata per la giacchetta e usata per fini "umani, troppo umani"?

Del resto, se la questione fosse invece sulla corretta interpretazione del presepe come genuina espressione confessionale cristiana o come più generico fatto culturale della tradizione italiana, non vedo perché lo snaturamento storico e teologico del presepe in quanto "sacra rappresentazione", ridotto a espressione tradizionale non liturgica, dovrebbe essere preferibile. Chi lo interpreta infatti così, ne smonta la spinta propulsiva cristiana, originaria, e ne svaluta la tradizione che inserisce il presepe stesso in tutte le rappresentazioni delle "messe per gli illetterati" che non riguardavano soltanto il Natale, ma anche la Pasqua e gli altri momenti forti dell'anno religioso.
Quindi, a meno di non costruire presepi pur legittimi ma "alternativi", quelli che si invocano dovrebbero essere cristiani, se non specificamente cattolici, e dovrebbero mettere in scena un Bambino specifico in una precisa rammemorazione di un evento della Storia sacra.
Ma se ciò è così, allora il presepe sarebbe da intendere come un fatto squisitamente religioso (per quanto non al livello di sacertà dei sacramenti e dei riti che li amministrano), e dunque, ancora una volta: perché svolgerli in luoghi pubblici che, per libera scelta dello Stato italiano, dovrebbero restare laici?

domenica 30 aprile 2017

La danza delle età: una traduzione interlineare di "Pas de deux" di Jackie Kay


La poetessa scozzese Jackie Kay (a questa pagina di Wikipedia delle informazioni su di lei) è la terza "poetessa nazionale" della Scozia moderna: con il termine proprio, è una makar (calco del poietes greco antico, corrisponde all'inglese attuale maker, dunque il "creatore" di poesia).
Mi è capitato di conoscerla attraverso un suo testo, Pas de deux, che è stato commissionato per un delicatissimo cortometraggio dello Scottish Ballet intitolato "Haud close tae me" diretto da Eve McConnachie (si può vedere a questa pagina, dove si legge anche il testo della poetessa) con un balletto interpretato da Mia Thompson e Jill Ferguson, coreografato da Christopher Hampson con la musica di Alex Menzies e la voce della stessa Kay che legge i suoi versi.
Se il tema del balletto e della poesia è quello di cercare di indagare le connessioni fra le diverse percezioni di sé nelle diverse età della propria vita, il testo mi è sembrato tanto delicato e potente, tanto intimamente denso di immagini e suggestioni, da cercare di tradurlo dall'originale scozzese.
Ho preferito una traduzione interlineare, anche perché il cortometraggio stesso e la poesia si pongono deliberatamente in questo intreccio difficilmente solubile fra il sé "giovane" e quello "anziano", e dunque mi è sembrato doveroso mantenere anche con la versione una duplicità fra lo scozzese e l'italiano, e tentare così un dialogo più corpo a corpo con la poesia.


Pas De Deux di Jackie Kay

Would you take haud o’ me,
Vorresti prendermi
Take haud o’ me
mi prenderesti
Haud me in your airms and birl me aroon?
tenendomi fra le tue braccia, facendomi
volteggiare tutto intorno?
Would you haud close tae me
Vorresti tenerti stretta a me
Haud close tae me
trattenerti stretta a me
Lift me up and put me doon?
farmi volare in alto e posarmi giù?

I’ll let go o’ you,
Ti lascerò andare
Let go o’ you
ti farò andare
Turn you roon an’ set you free
ti volgerò d’intorno e ti libererò
You’re one step away
tu sei un passo più in là
Two away frae me
due lontano da me
A pas de chat, a pas de deux.
un pas de chat, un pas de deux.

Would you run aff wey me
Correrai via lontano da me
Run awa wey me
lontano e molto, correndo, da me,
Tak my haunds and lead me astray?
prenderai le mie mani e mi lascerai errabonda?
Would you hae a word wey me,
Dirai tu una parola per me,
Hae a word wey me,
avrai una parola per me,
Tell me: yesterday’s no the day?
dimmi: non è forse ieri il giorno?

I’ll keep time wey you,
Mi prenderò del tempo per te,
Bide close tae you
per stare accanto stretti tu ed io
Yer body’s memory, fu o’ story,
la memoria del tuo corpo, colmo di vicende,
Step by step we go – chassé, plié…
andremo insieme passo passo — chassé, plié...
In your foot, your toe:
sui tuoi piedi, sulle tue dita:
You’re a magnificent glory.
fatta sei di gloria magnificente.

Would you please follow me?
Seguimi, per favore.
Still shadow me
Sii l'ombra mia indivisa
Until night becomes day?
finché la notte non divenga giorno.
Keep up wey me
Tienimi su
Pas marché or brisé volé?
pas marché o brisé volé?
Until the river meets the sea?
Fino a che il fiume non incontra il mare?
I’ll pace time with you,
Io sosterrò il tempo, con te,

Keep faith with you
Avrò fiducia in te e ti darò fiducia
Up the banks and over the brae
sopra gli argini e sulle chine
Until the moon draps tae the sea.
fin che la luna non scivolerà nel mare.
I’ll be your bridge, be your gateway
Sarò il tuo ponte, sarò il tuo passaggio
Till you are me and I am ye.
fin che tu sei me ed io sono te.

Would you let go o’ me,
Mi lasceresti andare,
Things have sapped and ebbed away.
le cose si sono intrise d'acqua ed insabbiate.
Would you let go o’ me,
Mi lasceresti andare,
Let go o’ me
andare via,
The words have slid back tae sea.
le parole sono scivolate indietro verso il mare.
Who are ye? Who’s me? Who’s me?
E tu chi sei? E chi son io, chi sono?

I’ll dance the night away
Farò danzare la notte lontano
Step by step away
passo dopo passo lontano
You go; I’ll follow
tu vai, io seguirò
Don’t worry now: don’t go away.
non preoccuparti ora, non andar via.
It all begins and ends with a demi plié!
Tutto comincia e termina con un demi plié!
Till I am you and you are me!
Fin che io sono te e tu sei me.

Are you dancing, you say; you say
Stai danzando, dici; e di’ allora
Are you tomorrow?
sei tu il domani?
Are you asking - what will you borrow?
Stai chiedendo qualcosa — ma cosa porterai?
The day just yesterday.
Il giorno è appena ieri.
The night's dancing into the day.
La notte sta danzando dentro il giorno.
The moon’s dancing into the sea.
La Luna sta danzando dentro il mare.

Non è una poesia "lirica": si sentono fra i versi dei richiami, una modalità cantilenante da bardo; le ripetizioni fanno appunto pensare ad un testo nato e pensato per la recitazione a voce alta. Eppure gli slanci sono proprio quelli della danza, e nel ritmo del corpo che si avvicina e si allontana dal suo doppio più giovane o più vecchio, si innesta la dinamica fra le promesse della gioventù e l'esperienza maturata nel corso della vita, che vorrebbe lenire, guarire ed educare forse il sé ancora inesperto e scalpitante, irrequieto e ondivago.
Non a caso è l'acqua a fare il gioco della metafora ricorrente nel testo della Kay: acqua di fiume e del mare — ma proprio in questa millenaria contrapposizione e fusione, la poetessa riesce a trovare un gesto espressivo che rinnova un'immagine che rischierebbe di esser fiacca e trita. Una delle strofe centrali dice appunto: Would you let go o’ me,/ Things have sapped and ebbed away./ Would you let go o’ me,/ Let go o’ me/ The words have slid back tae sea./ Who are ye? Who’s me? Who’s me?, cioè Mi lasceresti andare,/ le cose si sono intrise d'acqua ed insabbiate./ Mi lasceresti andare,/ andare via,/ le parole sono scivolate indietro verso il mare./ E tu chi sei? E chi son io, chi sono?
Non è forse nella danza, in una eterna danza immutabile, che quest'ultima domanda trova il suo senso vero pur non avendo una risposta definitiva?

giovedì 15 settembre 2016

Luoghi e nonluoghi

Le spianate, le piazze, i parcheggi pubblici e privati, sono la contrazione (ma esplosa, ma allargata a dismisura, insufflata dall'evaporazione dei rapporti umani come un vetro che mostri i suoi tenui spessori traslucidi, fusa in volumi che non hanno più un vero dialogo con l'Oltre) dell'Agorà o del Foro.

Quello che, antico e sacro, sarebbe stato insieme lucus e mundus, il koilon vuoto e luminoso e puro di contro alla silva consueta in cui muoversi, di contro alla yle originaria del pieno, è ridotto ormai quasi solo alla contrapposizione delle forme, alla loro precisa o sgangherata giustapposizione metrica e commerciale.

Vige la regola della "concentrazione" massimale, lo sfruttamento topologico del volume come accumulazione: l'horror vacui di memoria aristotelica è stato elevato a formulazione matematica, di tipo economico.
Per questo quando si entra in un parcheggio vuoto o semipieno, si tentenna sempre fra un senso di incompletezza e di attesa, sempre meno invece con il senso di reale libertà che avrebbe accompagnato lo spirito degli Antichi.

domenica 19 giugno 2016

Esperienze di traduzione: Gregory Orr, A house just like his mother’s — Una casa come quella di sua madre

Gregory Orr, A house just like his mother’s


A house just like his mother’s,
But made of words.
Everything he could remember
Inside it:
Parrots and a bowl
Of peaches, and the bright rug
His grandmother wove.

Shadows also—mysteries
And secrets.
Corridors
Only ghosts patrol.
And did I mention
Strawberry jam and toast?

Did I mention
That everyone he loved
Lives there now,

In that poem
He called “My Mother’s House?”

***

Gregory Orr, Una casa come quella di sua madre


Una casa come quella di sua madre, tale e quale
Ma fatta di parole.
Tutto quel che lui poteva ricordare
Dentro di essa:
dei pappagalli e una ciotola
di pesche, e la coperta luminosa
cucita da sua nonna.

E pure ombre— misteri
E segreti.
Corridoi
Guardati a vista soltanto dai fantasmi.
E dovrei accennare
alla confettura di fragole ed ai toast?

Dovrei spiegare
Che tutti quelli che egli amò
Adesso stanno lì,

in quella poesia
che ha intitolato “La casa di mia madre”?
(traduzione di Tommaso Cimino)

mercoledì 24 giugno 2015

La struttura dell'iki: Kuki Shūzō, Jean-Baptiste Perroneau ed il fascino

Kuki Shūzō nel suo La struttura dell'iki (la scheda editoriale, e uno splendido scorcio in quest'articolo di Elemire Zolla del 1992 sul Corriere della Sera, a questa pagina) afferma e a suo modo dimostra che la "grazia" assieme alla "forza" assieme al "disinteresse" sono i nodi su cui si incardina la seduzione femminile. "Grazia" di una bellezza conscia e dunque mostrata appena, non sbandierata; "forza" dell'autonomia di chi si sa osservato ma non per questo muta i propri comportamenti, ma anzi mantiene la distanza dallo spasimante (e che non spasimi troppo, se no la sua volgare foia troncherebbe il rapporto di sguardi e ammiccamenti!); "disinteresse" per l'amore sensuale anzitutto, per l'amore anche spirituale altresí, perché la seduzione non ha scopo ed è per questo che raggiunge un fine (dal Dao De Jing fino ad oggi è così per tutte le filosofie sino-giapponesi, per ogni aspetto dell'esistenza).
E Madame de Sorquainville ritratta nel 1749 da Jean-Baptiste Perroneau?
Shūzō dichiara più volte nei tre capitoli del suo saggio filosofico che non vi sono equivalenti linguistici (né tanto meno concettuali) nelle lingue occidentali per rendere il termine "iki" — per il fatto che non si tratta di volgere una parola, ma un'esperienza, e questa è fatta (fenomenologicamente: Shuzo è stato studioso di Husserl e amico negli anni '30 del Novecento di Martin Heidegger, quando questi era di Husserl collaboratore) anche dal contesto irripetibile in cui gli eventi accadono. Zolla invece è più possibilista circa la 'traducibilità', per quanto sia rispettoso nella sua recensione delle idee di Shūzō: ma il filosofo giapponese aveva in mente qualcosa di simile all'ipotesi di Sapir-Whorf, mentre Zolla viene dopo gli Universali di Chomsky.
Il ritratto in ogni caso parla a noi, dice Qualcosa, già solo per il fatto che definitivamente la regola medievale che impone il frontale pieno soltanto alla Divinità è ormai consciamente superata (la "grazia" dell'iki) ma non viene smaccatamente rotta — la storia del ritratto occidentale dal Rinascimento verso di noi ne è una evoluzione, per Perroneau come per i grandissimi.
Eppure lo sguardo un po' declinante (guarda il pittore Madame de Sorquainville, o forse il cavalletto? Viene in mente Michel Foucault che analizza "Las meniñas" di Velasquez, visto che in ogni ritratto gli osservati sono gli Osservatori), la piega delle labbra con il rossetto chiaro, la luce in fondo grigia che filtra dalle finestre alla sinistra del quadro (ci saranno delle tende? Sarà un pomeriggio della Francia del Nord, umbratile?), gli zigomi tesi com'è teso il mento, la linea curva della schiena cui corrisponde leggermente il gioco dei piani delle gambe, del busto, delle spalle leggermente ruotate e della testa, tutto parla di "iki" — persino il tenersi delle mani della dama.
Sarà la linea "serpentinata" (trattenuta ormai dal Classicismo: ne aveva parlato Mario Praz per il tardo Barocco ed i suoi sviluppi fino al Neoclassicismo appunto), o una Kuṇḍalinī che proprio in quella linea che va dal bacino della dama fino all'acconciatura dei capelli, biforcuta, si risveglia, ma un "iki" e il suo fascino si snodano pure in questo dipinto, in quel che non dice soprattutto.