venerdì 3 luglio 2009

Marc Bloch: Osservare la Storia e Cambiare Casa

Mi ero fermato per confessare a me stesso una stanchezza subdola e una noia soffusa mentre mi preparo spiritualmente a ricambiare fra qualche giorno Heimat, non solo geografica, quando, capitatami sotto gli occhi l'Apologia della Storia, o Il mestiere di storico di Marc Bloch, ho letto nel capitolo 2, intitolato "L'osservazione storica", queste due frasi:

Il passato è, per definizione, un dato non modificabile. Ma la conoscenza del passato è una cosa in fieri, che si trasforma e si perfezione incessantemente.
e
È sempre spiacevole dire: "Non so", "Non posso sapere". Bisogna dirlo solo dopo aver disperatamente, energicamente cercato. Ma ci sono momenti in cui il più imperioso dovere dello studioso è, avendo tentato tutto, arrendersi all'ignoranza e confessarla onestamente.

Mi ha colpito una consonanza, che mi fa ricondurre tutto ad un baricentro da molto tempo stabile e profondo dei miei pensieri: come cioè l'Essere sia Ricordo - esse est memini - e come il Ricordo sia appropriazione dello Spazio.
Uno spazio logico certo, una possibilità strutturale (ho in mente Petitot-Cocorda e la sua Morfogenesi del Senso) ma ovviamente anche uno spazio possibile geografico, dunque topologico nel senso più concreto del termine.
Non viene allora l'ignoranza di cui parla Bloch, anche dal cambiare Casa, Heimat? Non credo si tratti del punto di vista, ma invece del grado di penetrazione differente richiesto allo storico per osservare correttamente fatti vicini così come lontani - Bloch, qualche pagina prima nello stesso capitolo, parla non della differenza di strumenti, quanto proprio della differenza di grado, che rende in tutto simile studiare la Preistoria o il Seicento, per quel che concerne il Metodo.
Ma il metodo è sempre e pur sempre abitudine, consuetudine a muoversi in un certo spazio - dunque anche il cambiare Casa coinvolge il vedere la Storia differentemente, ri-cor-darla in modo diverso: ecco perchè ci si può disperare dopo aver cercato - perché si è perso l'orientamento e non si ha la familiarità coi luoghi di ragionamento e di analisi.
Potrebbe parere molto inglese, come tipo di posizione: non era forse Hume a parlare di abitudine come mezzo supremo di conoscenza e insieme condizione fondante? E sulla sua linea, non si muove anche Russell, che parla appunto di aquaintance?
Ma non è forse il ricordo la misura massima della familiarità con le cose, che sono sempre presenti in noi grazie solamente a questo? Non è forse così con una memoria delle cose che parte già dalla fisiologia, quando ogni attimo ed ogni esperienza imprime un cambiamento alle nostre cellule e da lì ai pensieri? Vivere attraverso i pensieri non è forse ricordare, e i pensieri quindi non sono forse la dimostrazione che si vive per la Morte, che è ricordo in quanto "presenza delle Cose in loro assenza", trasformazione nella Carne di cose che non sono più?
Mi muovo entro una costellazione di pensieri heideggeriana, ma il legame mi pare scoperto, anche con Bloch.

mercoledì 15 aprile 2009

Un pentametro dattilico di Rainer Maria Rilke: "Elegie Duinesi", 1, 22

Niente discussioni pesanti per un verso luminosissimo di Rainer Maria Rilke: ad altre occasioni una disamina più approfondita della questione, se ne avrò la forza - sono mesi che non tornavo da queste parti a scribacchiare...

Fra le mani ho l'edizione con testo a fronte Einaudi delle "Poesie 1907-1926" di Rainer Maria Rilke, curate da Andreina Lavagetto e tradotte principalmente da Giacomo Cacciapaglia e da Anna Lucia Giavotto Künkler (cui si deve la versione delle Duinesi), oltre che della stessa Lavagetto.

Il verso 22 della Prima Elegia suona, in originale e nella traduzione:

Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los

Ah, si occultano solo l'un l'altro la sorte

Ecco, fosse solo la misura classica della pentapodia dattilica, saremmo di fronte certo ad un già splendido connubio di forma e contenuto, specie con il ritmo cadenzato dalla cesura che pare proprio simulare il "nascondimento della sorte" (nur | mit), amoroso e delicato imbroglio, pio e sensibile; ma avremmo un esempio di compostezza goethiana, null'altro.

Il fatto è un altro: godere della lettura metrica consente di rinvenire, già in prima approssimazione, di un'altra sottigliezza che Rilke pone nel rapporto tra forma e contenuto.

Si legga intanto il verso rispettando questo schema:

­­­­­­­-˘˘­­­­­­­-˘˘­­­­­­­- | ˘˘­­­­­­­-˘˘­­­­­­­- (˘˘)

cioè

Ách, sie verdécken sich núr | mit einánder ihr Lós

In questo modo è più facile vedere come il pentametro costruito da Rilke sia catalettico in syllabam (“Lós”, appunto): dov’è dunque la finezza del poeta? Il fatto è che Los, la “sorte” come la traduce la Giavotto Künkler – dunque Fatum, Schicksal, o più propriamente la vox media Fortuna – è anche una strizzatina d’occhio alla particella enclitica privativa del tedesco, -los (quella che equivale all’odierno inglese –less). Dunque una “perdita”, una “privazione”, segnata da una “privazione metrica”, da una “perdita” di quantità sillabica indifferente (le due sillabe brevi del piede), che dal punto di vista formale indica la mancanza di stabilità del Destino e assieme la mancanza di comunicazione fra i due amanti.

Stesse finezze anche nella splendida traduzione italiana, che riesce anche a trovare la medesima vocale tonica dell’originale (“mit einánder”, “l’un l’áltro”) e il suo colore di apertura alla pronuncia, di rallentamento del ritmo dopo la cesura. Poco importa che la nostra lingua sia refrattaria alle parole tronche e che quindi il potentissimo monosillabo del tedesco di Rilke qui sia una piana: quella che si potrebbe anche interpretare come una sorta di (impropria) dialefe all’inizio del verso,

si|occúltano

è il perfetto equivalente dell’aspirazione iniziale di Rilke, irraggiungibile in italiano, Ach.

Non appesantisco più il ragionamento…

martedì 14 ottobre 2008

"L'anello di Re Salomone" di Konrad Lorenz: eutanasia e umiltà

L'anello di Re Salomone, il Classico dei Classici dell'etologia e in genere della divulgazione scientifica del Novecento, non avrebbe e non ha invero bisogno di presentazioni: scritto con brio e profonda intelligenza dal padre della moderna etologia, l'austriaco Konrad Lorenz, pubblicato nel 1949 (in Italia uscì già per i tipi di Adelphi nel 1967, mentre l'immagine di copertina a fianco è quella della 22° edizione, uscita dal medesimo editore nel 2006 - fra le immunerevoli pagine dove trovare notizie, segnalo come al solito quella istituzionale dell'Editore, a questa pagina) e poi ristampato centinaia di volte in tutto il mondo per studiosi, studenti, appassionati, pensatori di varia foggia, illuminante e tenerissimo.
Tutti gli aggettivi, e la chiarezza nitida della esposizione di Lorenz l'hanno reso un volume famosissimo, e dalle variegate capacità di influenza sul mondo e sul pensiero degli uomini.
Mi piace, di questi tempi in cui si fa sentire spesso la necessità di maggiore cautela nelle affermazioni che si sceglie di rendere pubbliche, e di maggiore umanità, riportare due passi da questo volume che raccoglie articoli e scritti usciti su riviste specializzate e non fin dagli anni '20 del Novecento - come per tutte le cose intelligenti, la patina del tempo che certe idee mostrano di possedere, ha conferito gusto e pregnanza al messaggio.

Nel capitolo in cui esamina le varie possibilità che si offrono a chi voglia comprare un animale da tenere in casa, si trova questa nota:
Ma non c'è nulla che esasperi i nervi come un animale che soffre, e già solo per questa ragione, anche se non vi fossero motivi morali più elevati, si deve caldamente araccomandare di comprare in un primo tempo solo gli animali facili da mantenere in buona salute. Avere in casa un pappagallo tubercolotico è un po' come avere un membro della famiglia moribondo: e se nonostante tutte le precauzioni un animale si ammalasse di un morbo inguaribile, non negateglie quell'atto di misericordia che un medico non può praticare ai pazienti umani in condizioni simili.
Dunque è evidente il collegamento con i dibattiti etici e pratici che animano le discussioni e le vite di migliaia di persone nel mondo...
Per non considerare però Lorenz un campione del cinismo "scientifico" dettato dalla freddezza della professione di zoologo ed etologo, soccorre un altro brano, che si legge alla fine del volume, e che rievoca i dubbi e le perplessità del Lorenz sperimentatore e gestore di una comunità di pitoni:
Molti anni fa all'Istituto di Zoologia io avevo in custodia dei giovani pitoni abituati a cibarsi di topi e di ratti morti. Poichè è più facile allevare i ratti che non i topi, sarebbe stato ragionevole nutrirli appunto di ratti, ma per far questo io avrei dovuto uccidere dei ratti giovani. Ora però i giovani ratti della grandezza di un topo domestico, con la loro testa grossa, i grandi occhi, le gambette corte e grassocce, e i loro goffi movimenti infantili, hanno tutte quelle qualità che destano in noi tanta simpatia e tenerezza verso gli animali giovani e verso i bambini. Io quindi non riuscivo a decidermi ad uccidere i ratti, e solo quando la riserva di topi dell'Istituto fu considerevolmente decimata seppi indurire il mio cuore, dicendomi che in fondo io ero uno studioso di zoologia sperimentale e non una vecchia zitella sentimentale: uccisi sei piccoli ratti e li diedi in cibo ai miei pitoni. Dal punto di vista della morale kantiana questa mia azione era ineccepibile, perchè sul piano razionale non è più riprovevole uccidere un giovane ratto che un vecchio topo. Ma, per il sentimento, le non stanno così, e io dovetti pagarla caramente per non aver ubbidito alla sua voce che cercava di dissuadermi. Per almeno una settimana quell'avvenimento mi perseguitò nei miei sogni tutte le notti: comparivano i piccoli ratti, ancor più carini che nella realtà, e avevano lineamenti di bambini, e ogni volta che io li sbattevo per terra (questo è un metodo rapido e indolore per uccidere animaletti di quel genere) gridavano con voce umana e non volevano morire a nessun costo. Indubbiamente il danno che mi ero procurato uccidendo quei cari piccoli ratti mi portò sulla soglia di una piccola nevrosi, e, edotto da questa esperienza, da allora in poi non mi vergognai mai più dei miei sentimentalismi e non mi opposi alle inibizioni di carattere emotivo.
Quando si sente parlare di eutanasia, di morte e vita, di testamento biologico e di libertà personale, si dovrebbe avere l'accortezza di rileggere queste righe, di confrontarle e comprendere come esse non siano mutuamente escludentisi, ma che anzi possono convivere amabilmente e proficuamente senza cadere in idiosincrasie e schizofrenia.
Da un etologo e filosofo come Konrad Lorenz viene quindi una lezione di scienza e coscienza tanto più valida oggi perchè pronunciata nel 1949, alla fine di una guerra tragica, con i pensieri rivolti a ben altro che a sottili questioni prive di importanza.

mercoledì 1 ottobre 2008

Dalla comunità all'individuo: una Storia della Chiesa secondo John Bossy


Già da qualche tempo in Italia si susseguono vicende e casi letterari legati a libri che trattano argomenti religiosi, e almeno due fra 2007 e 2008 hanno segnato la scena storiografica: il libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue", uscito e subito ritirato nel febbraio del 2007 (adesso in una nuova edizione uscita nel febbraio del 2008 per l'editore IlMulino), che ha per tema le vicende dell'ebraismo ashkenazita nei secoli del Medioevo; e il volume di Sergio Luzzatto intitolato "Padre Pio", che analizza la vicenda umana e ecclesiale di San Pio da Pietralcina mettendo in discussione la soprannaturalità dei segni e delle stimmate sul suo corpo (una scheda sul libro, pubblicato da Einaudi nel 2007, si legge a questa pagina).
In questo clima mi piace ricordare il libro di uno storico inglese, John Bossy, dal titolo "Dalla comunità all'individuo. Per una teoria sociale dei sacramenti nell'Europa moderna", (uscito da Einaudi nel 1998 - una scheda si legge nella pagina dell'editore) che tratta un tema tutt'altro che slegato rispetto alle questioni dei rapporti con l'Ebraismo o con la spiritualità del Novecento per come si è manifestata verso la ricerca di figure di "santità conclamata", da Padre Pio al grido di "Santo subito!" urlato prepotentemente alla morte del papa più mediatico del Novecento, Giovanni Paolo II.
La personalizzazione dell'esperienza religiosa che la modernità ci consegna, ha visto decadere le forme sociali delle liturgie, dei riti e dei sacramenti, per accentuare al contrario l'assunzione singola del rapporto col divino - risultato della Controriforma ma anche delle nuove idee della scienza e di un rapporto differente della religione con la politica del tempo.
In un'epoca in cui si manifestano sempre più forti contrasti nelle "pratiche religiose" della cristianità (e soprattutto del cattolicesimo romano), un libro come questo di Bossy offre molti spunti di riflessione per comprendere i movimenti religiosi, le "innovazioni-rivoluzioni" della liturgia in latino preconciliare o il sacerdozio femminile alla luce di quella personalizzazione che spinge sempre più la religione verso l'orizzonte di un bisogno esclusivo e spesso lontano dalla ecclesìa.

sabato 20 settembre 2008

La "Parola" nei "Diari" di Franz Kafka

26 Dicembre 1910. Due giorni e mezzo ero solo (benchè non del tutto) e già sono, se non mutato, sulla via di esserlo. La solitudine ha su di me un potere che non si smentisce mai. Il mio intimo si scioglie (per ora soltanto superficialmente) ed è disposto a lasciare via libera a qualcosa di più profondo. S'incomincia a costruire un piccolo ordine del mio intimo che è ciò che più mi occorre, poichè non c'è di peggio del disordine quando si hanno esigue capacità.
27 Dicembre. La mia energia non è più sufficiente a formulare una proposizione. Eh sì, si trattasse di parole, se bastasse aggiungere una parola e si potesse allontanarsi con la coscienza tranquilla di aver completamente empito di sé questa parola.
Alla fine del suo primo anno di resoconto personale, Franz Kafka ha ampliato la cerchia delle sue conoscenze nel mondo praghese, ha frequentato salotti intellettuali e incontrato studiosi e pensatori (su tutti Albert Einstein) e dunque anche le idee sulla relatività delle leggi fisiche e l'insondabilità dell'animo umano (la psicanalisi). Si prepara a viaggi in molte località europee e viene dall'esperienza di un club a ispirazione socialista rivoluzionaria - sta male, e nell'anno successivo frequenterà una casa di cura per la sua malattia polmonare.
Finirà di scrivere i suoi Diari tredici anni dopo, un anno prima della morte (avvenuta il 3 giugno del '24, mentre l'ultima pagina del diario reca la data 12 giugno 1923), con una costante attenzione per le parole, e la Parola in particolare - la cifra del mutismo e del silenzio che avvolge i suoi racconti e i romanzi.
È un'attenzione tutta ebraica, teologica: anche se Kafka diffidava delle interpretazioni teologiche che potevano venire ai suoi scritti applicate - eppure la costanza, la pendolarità almeno del tema mostra quanta necessità vi fosse di affrontarlo, di superare paure e reticenze anche verbali, scrittorie verso quel pensiero.
Sempre più pavido nello scrivere. Ed è comprensibile. Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti - questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico - diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un'osservazione come questa. E così all'infinito. L'unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia. E ciò che vuoi è di aiuto appena percettibile. Più che consolazione è: che anche tu possiedi armi.
Chi è il tu a cui si rivolge Kafka?
Si tratta forse di una donna, forse la Krizanovskaja che compare nella voce immediatamente precedente nel diario? O la Krizanovskaja è una strada, illustrata in cartolina come nel medesimo passo si legge? O il tu è riferito alla compagna degli ultimi mesi di Kafka, Dora Dyamant? O lo scrittore si rivolge a Dio? Oppure a sé stesso?
In ogni caso quelle armi che sono di consolazione nell'ultimo pensiero di Kafka, sono armi la parola e il destino che le incombe, quello cioè di essere strumenti offensivi che si rivoltano contro verso chi le pronuncia, termini e voci che si è perso il potere di dominare e di indirizzare ma che invece cercano, uscendo dai denti, la loro violenta libertà trasformandosi in lance che colpiscono il parlante, anche quando pensa e ancora non ha pronunciato nulla.
Nemmeno Kafka è padrone, come tanti poeti del Novecento, della parola e del suo potere nominatorio - il fatto è che qui non si tratta di una diminutio nella potenza conoscitiva che deriva dal possedere l'alfabeto del mondo, quanto di scoprire che la vera natura dei pensieri e dei concetti che le parole esprimono è infida e minacciosa, violenta e imprevedibilmente crudele, pronta a lottare contro il proprio creatore.
Come se il Mondo, portato all'esistenza da Dio con la Parola, si mostrasse riottoso verso quell'atto, che in realtà non presuppone Dio e addirittura lo cancella ("[...] diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un'osservazione come questa. E così all'infinito. L'unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia").
A cosa valgano delle armi che condividono lo stesso destino per un altro parlante, è facile immaginare: alla distruzione ancor più totale e coinvolgente di una Guerra non soltanto mondiale, non meramente umana - un'immagine sarebbe quella a Kafka contemporanea dell'ecpirosi finale de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La completa distruzione di ogni rapporto basato sul linguaggio, ragione o affetto e sentimento che sia; dunque la distruzione di ogni rapporto con Dio.
Inutile allora lanciare una profezia ex post con Kafka e arrivare dalle sue parole al genocidio consumato da lì a qualche anno nella Germania nazista - non solo il silenzio di Dio, ma le parole di libertà - "Arbeit macht frei" - che divennero lance.

mercoledì 17 settembre 2008

Glenn Gould, L'ala del turbine intelligente

"Strano modo di pensare: malgrado la sua semplicità da buon provinciale, Bach è il più tipico esempio del genio musicale completamente avulso dal suo tempo, non perchè precorre storicamente (cronologicamente) il futuro, ma perchè la parte più significativa della sua opera trae ispirazione dal passato, dall'epoca d'oro di quella polifonia che per i suoi contemporanei era ormai morta e sepolta".

Queste parole di Glenn Gould si leggono in una delle prime e più fortunate raccolte di scritti sulla musica del pianista uscite in Italia, pubblicata per la prima volta da Adelphi nel 1988 con il titolo che viene da un verso di una poesia di Baudelaire, L'ala del turbine intelligente.
Quaranta fra articoli pubblicati in riviste musicali (e non), note di copertina per registrazioni, interviste immaginarie, dove proprio le parole che Gould dedica a Bach definendolo "buon provinciale" fanno luce appunto sul genio musicale del pianista canadese che si ritirò per lunghi anni di solitudine nella sua casa in mezzo ai boschi, e si immerse anch'egli in forme di pensiero e composizione, come la fuga, utilizzate di rado dai suoi contemporanei.
Un esempio ne sia la notissima fuga So you want to write a fugue, che Gould compose per una serie di trasmissioni per la televisione canadese, e che viene presentata in un scritto presente nel libro, con un procedimento letterario che si avvicina fortemente a quello musicale, imitazione e variazione per linee strette di pensiero che solo un grande pensatore come lui poteva creare.
Basta dare, in fondo, solo uno sguardo al fittissimo Indice dei Nomi che si trova a conclusione del volume per rendersi conto delle letture e della raffinatezza intellettuale di Gould, che fu veramente "un genio musicale avulso dal suo tempo".
Potete trovare altre informazioni sul sito della casa editrice, a questa pagina.

martedì 12 agosto 2008

Solitudine d'agosto: Gottfried Benn e Meister Eckhart

Einsamer nie -

Einsamer nie als im August:
Erfüllungsstunde - im Gelände
die roten und die goldenen Brände,
doch wo ist deiner Gärten Lust?

Die Seen hell, die Himmel weich,
die Äcker rein und glänzen leise,
doch wo sind Sieg und Siegsbeweise
aus dem von dir vertretenen Reich?

Wo alles sich durch Glück beweist
und tauscht den Blick und tauscht die Ringe
im Weingeruch, im Rausch der Dinge -
dienst du dem Gegenglück, dem Geist.


Mai più solitario -

Mai più solitario che in agosto:
la pienezza dell'ora - per le terre
gli incendi del rosso e dell'oro,
ma il piacere dov'è dei tuoi giardini?

I mari chiari, i cieli teneri,
i campi puri e brillano leggeri,
ma dove sono i trionfi e le prove
del regno che tu rappresenti?

Dove tutto per successo si legittima
e si scambiano lo sguardo e gli anelli
nel profumo del vino e nell'estasi delle cose -
tu servi la sconfitta, servi lo spirito.

Con qualche minima modifica questa è la traduzione di Giuliano Baioni di una poesia di Gottfried Benn che si legge nelle Statische Gedichte (Poesie statiche), la sua più importante raccolta del secondo dopoguerra.
Certo, la solitudine del primo verso si comprende in tutta la sua portata soltanto con l'ultima parola, spirito: "Einsamer Geist" - un riassunto che varrebbe come omaggio a tutta l'ermeneutica del Novecento fondata sullo Zirkel (si leggerà, con senso leggermente diverso, Ring, "anello", nell'ultima strofa del componimento), sul cerchio, e che ha il suo centro fondante nel Nietzsche tanto amato da Benn, quello dell'ewige Wiederkehr, l'Eterno Ritorno circolare.
Ma si tratta di una Einsamkeit non altezzosa, quanto più (trattandosi di un servizio - "dienst du..." dell'ultimo verso) di una "nobile intrapresa", di una solitudine da ascriversi alla Vornehmheit (il referente verbale è vornehmen, dunque nehmen non tanto nel senso di "prendere, afferrare", quanto precipuamente nel senso di der Geist auf sich nehmen, quasi "assumersi la responsabilità dello spirito"). Si corre presto a Eckhart, alla Vornehmheit des Geistes che significa "nobiltà dello spirito", quindi un servizio nei confronti dello spirito da praticare con umiltà, ma che per Benn vuol dire sconfitta nella prova, e leggendo letteralmente, un "rovescio di fortuna", Gegenglück.
Ma Eckhart riesce illuminante anche in un ulteriore confronto lungo tutto il corso della poesia di Gottfried Benn. Si legga questo passo del sermone "Intravit Iesus in quodam castellum et mulier quedam, Martha nomine, excepit illum in domum suam":
Ho anche detto spesso che c'è nell'anima una forza che non è toccata né dal tempo né dalla carne; essa fluisce dallo spirito e permane nello spirito, è assolutamente spirituale. In questa forza Dio verdeggia e fiorisce incessantemente in tutta la sua gioia e dolcezza.
È una gioia così intima e così ineffabilmente grande, che nessuno è capace di esprimerla pienamente. Infatti l'eterno Padre genera incessantemente il suo eterno Figlio in questa potenza, in modo tale che essa coopera alla nascita del Figlio e di sé stessa, quale medesimo Figlio nell'unica potenza del Padre. Se un uomo possedesse tutto un regno o tutti i beni della terra e li abbandonasse puramente per Dio, divenendo uno degli uomini più poveri che vivono sulla terra, e se poi Dio gli desse tanto da soffrire quanto abbia mai dato ad un uomo, se egli soffrisse tutto ciò fino alla morte e Dio gli lasciasse gettare una sola volta uno sguardo su ciò che egli è in questa forza, allora la sua gioia sarebbe così grande che tutta questa sofferenza e questa povertà sarebbero state ben piccola cosa. Sì, anche se Dio non gli concedesse mai il paradiso, egli avrebbe nondimeno ricevuto una ricompensa molto grande per tutto quello che aveva sofferto; Dio è infatti in questa forza come nell'eterno presente. [...] C'è ancora un'altra forza che è incorporea, fluisce dallo spirito e permane nello spirito, ed è assolutamente spirituale. In questa forza Dio arde e splende incessantemente con tutta la sua ricchezza, con tutta la sua dolcezza e la sua gioia. In verità, in questa forza Dio stanno una gioia tanto grande ed un così immenso incanto, che nessuno è capace di parlarne o rivelarlo completamente. Lo dico ancora una volta: se qualcuno potesse là comtemplare per un istante con il proprio intelletto secondo verità le gioie e l'incanto che vi è contenuto, tutto quel che potrebbe soffrire e tutto quel che Dio volesse fargli soffrire, tutto ciò sarebbe per lui poca cosa, o nulla di nulla. Dico di più: ciò sarebbe per lui assolutamente una gioia ed una soddisfazione.
Allora appare chiaro a cosa si riferisca Benn quando nel secondo verso dice Erfüllungsstunde, poichè quella Erfüllung è in realtà un "adempimento", la "realizzazione" di una promessa di gioia e di felicità, per seguire Eckhart: dinanzi a questo compimento le parole cedono il passo ("nessuno è capace di parlarne") alla contemplazione ammirata del paradiso, al Gärten Lust ineffabile. La traccia visibile, tangibile di questa Erfüllung che Benn evoca è nel Brand, nell'incendio divino (Eckhart ha due sinonimi, brennen e glänzen - come glänzen userà qualche verso più sotto Benn) della forza dell'amore; e non è un caso che i colori usati dal poeta siano due fra i più ricchi di simbolismo della cristianità, il rosso e l'oro, la "forza" appunto e la "potenza" di Dio.
In effetti paradisiaca è l'intera descrizione della seconda strofa nei primi due versi (vi si leggono tre inequivocabili aggettivi, hell, "chiaro, luminoso", weich, "tenero, morbido" e leise, "leggero, delicato", oltre che il profondo rein, "puro"), e paiono tolti direttamente dal libro della Genesi i vari Seen, Himmel, Äcker. Per contrasto quindi si legge la richiesta di mostrare la Erfüllung, la pienezza raggiunta nel vertreten ("rappresentare", ma anche "difendere") il Reich, il Regno, di certo anche quello dei cieli. Si chiede che la vittoria, Sieg, sia palese e "lampante" e che vi sia un segno della vittoria, un Beweis che consenta di riconoscere il Regno (dunque si chiede un segno di Weisheit, "conoscenza" più "saggezza"). Ma il Reich è lo stesso a cui si richiama Eckhart mettendone in luce tutta la nullità in confronto con la gioia che promana da Dio: "Se un uomo possedesse tutto un regno o tutti i beni della terra e li abbandonasse puramente per Dio...", e Benn si prepara già a dichiarare anch'egli una nullità in questo regno.
L'Erfüllung della gioia del Regno si può perdere facilmente, senza capire perchè: così capita al giusto penitente di Eckhart ("se Dio gli desse da soffrire tanto da soffrire quanto mai abbia dato ad un uomo"), capita a Giobbe e ad ognuno - ma ciò perchè "alles sich durch Glück beweist", ogni cosa ha il suo fondamento, la sua prova e la sua dimostrazione nella Fortuna, che è mutevole, cedevole. Viene meno dunque la fiducia in Dio, e con essa la capacità di confronto sereno e si direbbe paritario con la divinità, poichè viene meno il Blick, lo sguardo; ma anche il patto di alleanza, il Ring fiducioso nell'onestà delle parti. Nella discesa dal paradiso, nella perdita della pienezza, lo scambio che si compie è quello verso l'ebbrezza del mondo: ci si perde nel "profumo di vino" e nell'estasi, Rausch (non a caso in rimalmezzo con Tausch, "scambio") der Dinge, l'estasi delle cose.
La Weisheit di cui l'uomo godeva nel Paradiso è perduta irreparabilmente (perchè non si conosce la ragione della cacciata, dunque della sofferenza inflitta all'uomo): arriva il Gegenglück, il colpo contrario della Fortuna, ben poco stabile fondamento, in fondo; ed è una sconfitta. Una sconfitta che però non afflige poi pesantemente l'umanità, se questa com'è fisiologico, s'abbandona all'estasi delle cose del mondo e del vino, alla sbornia che aiuta a ottenere una felicità perduta (pare di risentire il Nietzsche dello Zarathustra: "Un po' di veleno di tanto in tanto: procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per una morte piacevole").
Il Gegenglück colpisce violentemente chi rimane in servizio dello spirito, in realtà chi si assume lo spirito: il Vornehm che come lo Zarathustra di Nietzsche è un solitario perchè ha preso su di sé il Geist, e nel momento della pienezza dell'anno, agosto, sente più che altrimenti la sua estraneità al mondo e agli uomini - einsamer nie.

domenica 8 giugno 2008

Ernst Jünger: la memoria della felicità

Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell'alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile a un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi sogni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancoliamo verso di esso. La coppa della vita e dell'amore ci sembra non esser stata colma sino all'orlo, per noi, e nessuno rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh, fosse questa tristezza almeno d'insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità!

Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria

Infandum, regina, iubes renovare dolorem
("Regina, un dolore che non dovrebbe esser ridetto mi imponi di dire")

Tu vuoi ch'io rinnovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme

Nam in omni adversitate fortunae infelicissimum est genus infortunii fuisse felicem
("Infatti, fra tutte le difficoltà del destino la più infelice è quella di chi è stato felice")

Questi brani vengono (in ordine) dall'incipit di uno dei più luminosi romanzi di Ernst Jünger, Auf der Marmorklippen (in Italia è pubblicato da Guanda col titolo "Sulle scogliere di marmo"), dal Canto V della Commedia di Dante Alighieri (vv. 121-123), dal Libro Secondo dell'Eneide di Virgilio (v. 3), dal Canto XXXIII della Commedia (vv. 4-5), e dal Libro Secondo della Consolatio Philosophiae di Severino Boezio (cap. 4, par. 2).
Basterebbe solo l'indicazione per leggere il percorso dell'idea dal mondo classico di Virgilio alla filosofia tardo-antica e feconda per il Medioevo di Boezio fino a Dante, e per dire quanto sia presente anche in un lettore coltissimo e raffinatissimo come è stato Jünger - e le parole sarebbero infatti, inutili, se non si potesse ritrovare anche altro nello scrittore tedesco, una dimensione classica che lo apparenta anche a Kavafis (leggi questo post).
La dimensione dell'amore lega e circonfonde (per usare un termine del romanzo) l'apertura di Auf der Marmorklippen come in una atmosfera greca, un'anfora pronta per raccogliere le libagioni da offrire ad una giovane morta - viene in mente il Leopardi di Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, con la dolcezza smisurata dell'inizio:

Dove vai? Chi ti chiama
lunge dai cari tuoi,
bellissima donzella?


Noi sappiamo che lì il discorso è sulla imperscrutabile rete del destino che avvolge le esistenze degli uomini; ma potremmo pensare anche ad atmosfere diversamente leopardiane e poi novecentesche - e Jünger ne è ancora il filtro, il collettore ultimo.
Non è un caso che in questo luminoso romanzo la vicenda si avvii allo snodo conclusivo con queste parole, che ripercorrono nuovamente la memoria e il suo statuto costitutivo della letteratura e dell'Essere:

Attraverso le ombre del fumo mi sembrò di intravedere più volte l'ombra del mostro, ma sempre troppo fuggevole per aver agio di colpirlo. Inoltre, nel vortice, false immagini mi trassero in errore, sicché infine mi vidi sperduto nella selva. E udii un fruscio e il pensiero m'intimorì che la fiera mi avesse aggirato per assalirmi alle spalle. Per esser sicuro da tal pericolo m'inginocchiai sul terreno, tenendo presso di me il fucile e avendo alle spalle, per difesa, un roveto.

Una moderna spada - il fucile - un roveto per difesa, una selva e un mostro: la condizione novecentesca per un novello Parsifal, o un novello Mosè; forse un poeta, un letterato, un homo europaeus in preda al singolare contrappasso di ricordarsi di sé stesso sapendo che non troverà più la coppa della vita piena.

venerdì 6 giugno 2008

Modernità di Apollonio: la "poesia" come salvezza e il Montale "argonautico"

Μνώεο μήν, ἀπεών περ ὁμῶς καὶ νόστιμος ἤδη,
Ὑψιπύλης· λίπε δ'ἧμιν ἔπος , τό κεν ἐξανύσαιμι
πρόφρων, ἢν ἄρα δή με θεοὶ δώωσι τεκέσθαι

Ricordati dunque di Issipile, anche lontano, anche quando
sarai ritornato, e lasciami una parola, ch'io possa seguire con tutto il mio cuore,
se gli dei mi concedono di dare alla luce un tuo figlio
(vv. 896-898, trad. Guido Paduano)

Nel Libro Primo delle
Argonautiche di Apollonio Rodio, la regina dell'isola di Lemno, Issipile figlia di Toante, così dichiara il suo amore a Giasone, capo della spedizione eroica che dovrà prendere nella Colchide il vello d'oro per donarlo al re Pelia.
Giasone, come sarà Enea con Didone (vedi questo post precedente), è costretto ad abbandonare la reggia lemnota per continuare - di malavoglia e con grandi dubbi - il suo viaggio:

μοῦνόν με θεοὶ λύσειαν ἀέθλων

purché gli dei mi liberino da quest'impresa

eppure la regina cerca un contatto, un'ancora alla quale aggrapparsi nella speranza di salvare l'isola che regge e governa dall'infelice destino dell'annientamento e della morte - le donne di Lemno sono vittime dell'ira di Venere, che ha spinto i loro mariti a tradirli per delle schiave tracie, e che ha indotto loro, le mogli lemnote, a uccidere i coniugi. Un'isola senza futuro, quindi - ecco perchè la speranza del possibile miracoloso figlio da Giasone.
Sarà la
parola, da seguire con tutto il cuore, a dare la speranza: è il compito della poesia - capace di mutare la storia e il destino -, che subito viene smentito dallo stesso modernissimo eroe, drammaticamente impotente contro le forze che lo opprimono e lo legano.
Tanto più moderno Apollonio, se lo si legge in filigrana nei versi di Eugenio Montale di
Non chiederci la parola, uno dei componimenti più famosi di Ossi di seppia:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Nemmeno da questo moderno Giasone nasce nulla, anche qui l'unico risultato è un'esclusione, un limite negativo,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

come sarà quello dichiarato da Apollonio per mezzo del suo eroe, che sposta in un incerto futuro la soluzione alla richiesta di impegno di Issipile, alla sua speranza:

Εἰ δ'οὔ μοι πέπρωται ἐς Ἑλλάδα γαῖαν ἱκέσθαι
τηλοῦ ἀναπλώοντι, σὺ δ'ἄρσενα παῖδα τέκναι
,
πέμπε μιν ἡβήσαντα Πελασγίδος ἔνδον Ἰωλκοῦ
πατρί τ'ἐμῷ καὶ μητρὶ δύης ἄκος, ἢν ἄρα τούς γε
τέτμῃ ἔτι ζώοντας

Ma se non sarà destino ch'io torni in terra di Grecia,
ma navighi sempre lontano, e tu avrai un figlio maschio,
quando sarà cresciuto mandalo a Iolco pelasga,
che sia conforto nella sventura a mia padre e mia madre
- se li trova ancor vivi -

Dunque una speranza che è destinata a soccombere - modernamente, decadentemente - contro la morte, la vecchiaia, la sfinitezza; non per un atto eroico, ma forse per un più ancora eroico non sapere che Apollonio lascia cadere fino a Montale.

domenica 1 giugno 2008

John Searle e lo specchio: la "Stanza Cinese" e le neuroscienze

Qualche giorno fa su "Repubblica.it" è apparso l'articolo (che si legge a questa pagina) di neurologia fra i più interessanti di queste settimane.
Alcuni ricercatori hanno condotto degli esperimenti con l'ausilio della Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging) per individuare pattern di connessioni neuronali fra oggetti concreti e l'immagine mentale ad essi collegati - e hanno fatto predire al computer il percorso e le aree del cervello interessate rispetto ad un campione di parole/oggetto concreto non completamente coincidente con quello analizzato in partenza. Insomma, una sorta di previsione del pensiero, condotta con i metodi statistico-probabilistici che consentono ai computer attuali interazioni di larga scala con moli enormi di dati.
Io ho subito pensato (chissà quali aree del cervello mi si sono attivate) ad una sorta di ulteriore esperimento della Stanza Cinese, il famoso argomento ed esperimento mentale proposto e usato da John Searle per criticare le pretese della "teoria dell'intelligenza artificiale forte" (una lunga e articolata voce si legge su Wikipedia a questa pagina, con link verso l'articolo originale di Searle, che è del 1980).
In sostanza (e riassumendo in maniera forse troppo brutale) Searle afferma e argomenta che un computer, essendo un manipolatore di simboli, non sia tenuto ad interpretare ciò che riceve e trasmette per dare l'idea di comprendere effettivamente quel che "dice" - la correttezza della sintassi, e l'adeguatezza comunicativa, non porterebbero dunque ad una effettiva comprensione semantica, quindi al significato di quel che si dice.
Siccome l'esperimento è costruito con l'interazione macchina-uomo (si immagina una conversazione in cinese fra un parlante cinese e un computer adeguatamente istruito), forse una fMRI potrebbe svelarci qualcosa sulla "creazione di significato" nell'uomo - risolvendo il dubbio se sia anche una questione di adattamento da parte dell'uomo che riceve risposte plausibili da parte del computer il fatto che creda di parlare ad un'altra persona.
Non si risolverà forse il problema di come dalle strutture sorga il significato - quindi dalla sintassi si arrivi alla semantica: René Thom e Jean Petitot-Cocorda (a questa pagina una interessante tesi di Henk Verdru che analizza la semiotica di Umberto Eco e la confronta in un capitolo denso, con le posizioni di Petitot-Cocorda) hanno provato con la modellizzazione matematica della teoria delle catastrofi e della morfogenesi del senso - che è il titolo del libro più famoso di Petitot-Cocorda, edito da Bompiani - a dare una visione generale di questa epigenesi del significato, analogamente a quanto avviene in chimica o in biologia.
Almeno però avremo la possibilità, durante l'esperimento anche mentale di Searle, di mettere uno specchio di fronte all'uomo, e osservare le sue reazioni neuronali - chissà che Narciso non spunti fuori con la mano tesa...