Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

martedì 30 dicembre 2014

Su una poesia di Vittorio Sereni

Dammi un voto! 
Salvatore Tinè mi ha invitato ad una riflessione su questi bei versi di Vittorio Sereni: gli rispondo con piacere e a caldo, quindi chiedo scusa in anticipo per le zoppicanti sciocchezze che potrebbero essermi scappate...
*** *** *** ***
Nella neve

Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?
Dove portavano, quali messaggi
accennavano, lievi?
Non tanto banali quei segni.
E fosse pure uno zampettio di galline -
se chiaro cantava l'invito
di una bava celeste nel giorno fioco.
Ma già pioveva sulla neve, duro si rifaceva il caro enigma.
Per una traccia certa e confortevole
sbandavo, tradivo ancora una volta.

Intanto le parole.
Cos’hanno in comune le edere, delle stelle imperfette e dei cuori obliqui? Sono ponti caduchi, traballanti, per indicare dei percorsi che alla fine della poesia si riveleranno inesistenti. Le edere, che sono sempreverdi, possono seccarsi, eppure restare tenacemente avvinte alla pianta o alla pietra dove hanno posto radice: come certi sogni che incartapecoriscono ma pur perdendo linfa non perdono la loro forma, quasi mummie o gusci di crisalide. Le stelle possono essere benissimo imperfette, solo che si “con-sideri” la loro natura: sono pori come per Anassimandro, sono ponti come per Victor Hugo — vale a dire che sono il pensiero, che è imperfetto e per questo motivo paragona e si pone esse stesse come confronto nel “con-siderare”. Il pensiero è imperfetto infatti per il motivo che porta Sereni a dire cuori obliqui: la ragione è incapace di comprendere quale sia il mistero di quel richiamo che viene dall’alto (i messaggi del verso 2), ed il cuore scivola rispetto al suo piano (oblinquo, obliquus) e cerca, ancora una volta, di porsi a cavallo, come un ponte.
Ma è l’imperfezione, essenziale nella natura dell’edera (che ha bisogno di un supporto, di un sostegno) secondo il concetto umano, accidentale per le stelle ed il cuore, a spiegare perché i messaggi sono lievi: essi non possono dire, non possono indicare (deiko, deixis) ma solo farsi vedere con dei cenni, mostrare la loro presenza cercando di non turbare per questo la libertà dell’osservatore: un po’ come il cenno dell’Albero della Vita nel Paradiso Terrestre. Dicessero qualcosa, allora la direbbero al modo dell’Angelo della Prima Elegia Duinese, tremendamente. Ma pur così quei segni non sono banali, ma si lasciano cogliere, e forse irretiscono ancor di più l’osservatore: lo fascinano, come una sorta di edera o tralcio di vite affascinò i primi due abitatori della Terra.
Sono segni non banali proprio per la loro levità e il loro apparente disordine: cos’è del resto lo zampettio di galline, se non il sovrapporsi in uno spazio circoscritto, chiuso, di segni e percorsi? Non ha nemmeno la pretesa di occupare la totalità dell’orizzonte interno di quello spazio: non è un moto puramente browniano, caotico e forse per questo anche ergodico; lo zampettio di galline è apparentemente senza senso, senza significato o con un significato che implica la cooperazione interpretativa, il coinvolgimento — i segni, per quanto lievi, per quanto esigui e tendenti alla frustrazione semantica, chiedono la saturazione dell’attenzione, della decisione e della volontà: sono un chiaro […] invito che arriva, coerentemente, da una apertura marginale ed eccentrica di comunicazione, la bava celeste nel giorno fioco. La bava del resto, è quella delle lumache, che lasciano i loro segni di percorso argentei e luminescenti sui muri, ma è destinata a sparire alla prima pioggia.
La pioggia infatti non cade sulla terra al verso 8, ma sulla neve: cosa dovrebbe mantenere, quella neve? La vita, ma per sottrazione di caldo, del suo elemento caratteristico; e per questo può cancellare i passi delle galline, che non raschiano la terra, non la arano né la dissodano come farebbe un segno pieno di significato, ma la sfiorano solo in superficie: il segno delle galline non è charakter, non è quello del charassein, mentre il caro enigma, che è proprio la vita come dici tu, si indurisce di morte. Dinanzi alla cancellazione del segno, che mostra la possibilità di un percorso di vita, la pioggia copre col suo rumore termodinamico di entropia le tracce che persino il freddo avrebbe conservato, forse.
Non a caso la traccia certa e confortevole rispetto a cosa fa sbandare? Rispetto a quale con-siderazione? Quella dell’imperfezione, della finitudine umana e personale? O rispetto, come tu dici, all’ideale che viene tradito? Io credo che qui stia emergendo un’idea di fiducia mancata, anzi, di piena sfiducia, proprio nell’idea di direzione di quel segno: Sereni non ha fiducia nella propria capacità di orientarsi, che vien prima del naufragare o meno di Leopardi. Sereni forse sente che il compito del ponte (come quello del pontifex, che fa sacre le sponde segnando un cammino, congiungendo), che è quello di tradere, sta mancando alle sue forze: non tanto e non solo perché la strada certa e confortevole invita maggiormente. Ma perché la labilità dei segni, la cooperazione richiesta nel comprenderli sono fuori la sua portata. Leopardi vuole naufragare — Sereni è costretto a tradire: non è un chierico à la Benda, ed anzi ha ben chiaro che il suo sbandamento avviene rispetto ad una via. Ma non può seguirla, perché ne andrebbe della sua libertà di sbagliare.
Diciamo che se non tradisse, si porrebbe come un nuovo Adamo o come Cristo: ma quando dice che il caro enigma si rifaceva duro, è perché la pioggia (o il lavoro, se la volessimo vedere con le parole e le nozioni di Lucaks che tanto ti stanno a cuore) l’ha reso morbido, magari per un attimo, che è quello della scelta.
Ma poter scegliere non significa saper scegliere: nel Talmud si dice che “L'uomo giusto non è senza peccato. L'uomo giusto conosce il suo peccato e lo espia, perché difficile non è fare la cosa giusta, ma sapere cosa è giusto; e una volta che si sa che cosa è giusto, è difficile non farlo”.



sabato 8 marzo 2014

Io l'8 tutto l'anno

Dammi un voto! 
Tutti gli anni si ripete, purtroppo, un rito in questa giornata: triste, dal mio punto di vista, ma forse necessario, se la regolarità è tale...
Alcuni uomini fanno pubblica professione di penitenza per colpe non a loro attribuibili personalmente, e alcune donne mostrano un astio generalizzato e onnipervadente che coinvolgerebbe perfino altre donne, colpevoli di poca o cattiva militanza...
Ecco, è un giorno di militanza proprio perché non si esce dallo schema del sacrificio umano, del rito del sangue — si uccide una vittima, si mostra la violenza, si gettano fiori per compiacere e scusare simbolicamente, giustificare quindi quella stessa violenza che si perpetra, e che forse è impossibile non commettere. È  l'uccisione della vittima sacrificale con cui René Girard spiega la nascita e la dinamica simbolica delle società.
La violenza, del resto, è identificata e ripetuta, sia all'interno del rito, sia fuori da parte di chi compie omicidi: e oggi, altrettanto simbolicamente e in modo sanguinosamente concreto, un uomo ha ucciso sua moglie, e una moglie e una figlia hanno ucciso il loro marito e padre...
La statistica certo, pende purtroppo dalla parte delle vittime femminili: ma la statistica non spiega la violenza, la descrive e la misura.
Poi, una spiegazione di quel meccanismo, che mi arriva tanto dolce quanto inattesa, e che mi indica non una soluzione, ma un orizzonte diverso.
Dice Vittorino Andreoli, in un suo saggio di qualche tempo fa, che siamo in una "Società senza padri", e che il problema sta lì — nella mancanza di una figura autorevole, al di là del sesso biologico di chi la incarni, contrapposta alla Grande Madre, di cui pure si sono perse le tracce nel suo significato di accoglienza fondante.
E vengo alla spiegazione per me: Martina, una mia ex-alunna dell'anno passato, mi scrive raccontandomi di aver ricevuto una mimosa in dono e di aver pensato subito a quel giorno in cui io regalai alle donne della scuola dei fiori, che finirono dalle custodi, esposti all'ingresso.
Mi dice, Martina, di essersi commossa in un ricordo di nostalgia.
Ecco: l'occasione di quel mio dono non era l'Otto Marzo, ma l'entrata della Primavera — ma cosa importa? La memoria ricrea l'Essere, dà ad esso un ordine.
E allora per uscire dal rito della violenza forse, assieme a tutti i gesti concreti e giustissimi e importantissimi, urgentissimi, serve anche qualcosa di lento, apparentemente inutile, senza scopo, non efficace in quanto non ordinato a un obiettivo.
Dico la gentilezza, la bellezza, la cortesia: e non penso al recente Oscar di Sorrentino, ma ad un manifesto di Nuccio Ordine, un libro bellissimo e appassionato dal titolo L'utilità dell'inutile, uscito l'anno scorso da Bompiani. Vi si predica, con le parole sue e quelle di tanti letterati, artisti, filosofi, scienziati, pensatori, quel che il titolo afferma — vi sono cose che non possono essere misurate, calcolate, pesate, valutate in termini di efficacia, efficienza e prontezza, e che al contempo sono quanto di più utile vi sia per l'umanità, ogni persona e ogni istante di vita. Appunto la Bellezza, la Gentilezza, la Cortesia, il Dono e il Sacrificio, il Tempo e lo Spazio condivisi, allargati dalla partecipazione comune.
Questo non è un modo di sminuire la Scienza a scalpito di un sentimentalismo di maniera, illogico nel senso pieno del termine: questo è un modo di allargare la Scienza alla occidentale, al maschile (penso a un libro fondamentale di David Noble, intitolato Un mondo senza donne, che indaga la sociologia della scienza e la politica europee dal Medioevo ad oggi come il progetto e il processo concreto e continuato di escludere le donne da qualsiasi forma di potere e persino di rappresentanza all'interno della religione, della politica e della scienza, che si sono strutturate come mondi maschili), verso una visione più completa, non maschile o femminile, e che volutamente vada oltre quel che si è cancellato e oscurato da parte degli uomini e lo recuperi come una porzione fondamentale di quel mondo e del Mondo in generale. Ripeto, non secondo il sesso biologico di chi incarna il potere: oggi, per quanto rari, si danno casi di logiche maschili promosse da donne al potere — proprio perché sono rare le donne al potere.
Voglio augurare a un tu donna e alla donna che cresce con te, di essere sempre felici e sempre gentili, belle e cortesi con voi stesse e con il mondo che vi circonda: essere tali non significa essere arrendevoli o condiscendenti, ma decise invece, e accoglienti, come la Grande Madre.

E se anche questa fosse una visione maschile e storpiata, gentili nel criticarla e costruire una visione migliore, senza la violenza.

giovedì 12 dicembre 2013

Cos'è la Grazia?

Dammi un voto! 
Questo pomeriggio ho avuto una discussione con una mia carissima amica, che non nomino, ovviamente.
Parlavamo del fatto di ringraziarci, e di ringraziare: la sua idea è diversa dalla mia, forse perché lei crede che due amici non solo non abbiano bisogno, ma non debbano forse nemmeno ringraziarsi, come se questo fosse già di per sé una specie di diminuzione rispetto alla portata di condivisione spirituale che un'amicizia porta, offre e scatena. Ma sto interpretando il suo pensiero, queste non sono le sue parole...
Volevo però condividere le mie.

*** *** ***   *** *** ***   *** *** *** 

Che parola difficile,
carissima ***:
come tutti i concetti semplici, non ci sono appigli e pieghe di significato che possano aiutare ad afferrare il contenuto, a visualizzare un'idea della grazia.
     È grazia, per caso, l'arrendevolezza verso le emozioni forti, la leggerezza di contro alle esagerazioni? Solo in parte: potremmo immaginare situazioni dove il giusto sia rispondere polarizzando, mettendosi agli estremi, scegliendo con decisione di stare e cercare il Mezzo, l'equilibrio.
     Allora grazia è l'equilibrio? Probabilmente sì: ma non il raggiungimento dell'equilibrio, quanto la sua ricerca. Una ricerca che prova ad afferrare l'inafferrabile: poiché l'equilibrio non è qualcosa di statico ma di dinamico.
     E con cosa si afferrano gli Oggetti del Mondo? Con le mani, no?
   Bene, cháris (greco, da cui gratia e caritas del latino, o har del sanscrito), che è il dono, è sorella di chéir, la mano (pensa a chir-urgo, "colui che lavora, érgon, con la mano, chéir" appunto). La mano che dona, la mano che afferra, concretamente e concettualmente la Cosa.
     Noi, alla lettera, conosciamo così: sempre e in ogni caso.
     Conosciamo con l'Occhio, e vediamo la Luce.
   Conosciamo con la Mano, e afferriamo le cose che poi doniamo: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".
     Mi dirai: "C'è un modo ancor più semplice di conoscere? Più intimo e personale?".
   Conosciamo con la Bocca, come i bambini che portano tutto alle labbra e alla lingua: sapio, che vale assaggiopercepisco il sapore, ma è proprio la radice di sapienza, che non a caso non è questione di cervello, ma di Ragione e Sentimento, Corpo e Spirito messi insieme. "Siate il sale della Terra".
    La bocca dice buone e cattive parole, bacia e insulta, mangia e dà da mangiare (pensa ai bimbi che, quando non si fidano di un cibo, lo accettano se un po' morso dalla mamma, che li nutre quindi nuovamente di sé): dunque la bocca conosce, intimamente, la vita delle cose, specie la vita delle cose donate.
     Perciò non c'è cosa migliore di ringraziare, sempre.
     Non è un atto di poca fiducia, un filtro, un riparo: è un manto che avvolge le cose per offrirle in dono — si chiama affettoamoregioia.
    È la condizione per cui e attraverso la quale si è esseri umani: la ver-itas, perché Ver/Vir è l'Umano, uomo o donna, giovane o anziano, che vanno tutti ringraziati e conosciuti attraverso quest'atto. La comunione vivifica e rende possibile questo dono conoscente.
   Poi dalla Cosa, donata e ricevuta, si toglie questo velo d'affetto e d'amore, questo manto: a-létheia, greco, cioè il "togliere il velo", "dischiudere" — è la parola che i Greci usavano per la Verità, e quel léthe è un oblio, il manto del Tempo. Ma ogni cosa, ogni fatto, ogni sentimento è presente in noi solo come ricordo, e quel togliere il manto dell'oblio serve a rendere vivo nuovamente ciò che si è vissuto in comunione con Sé e con il Mondo: serve, non a caso a ri-cor-darlo, a ridarlo al Cuore.
     E non si prova lì, l'affetto, non si prova lì, la gioia?
     E la grazia, non si prova forse lì?
     E non si conosce, forse, anche col Cuore, soprattutto col Cuore?
    Dunque non c'è nulla di affettato in [un] ringraziamento: nulla cioè che non sia affetto gioioso, vero e svelato, reso vivo ogni volta e dato al cuore che lo riceve.

giovedì 21 novembre 2013

Tradurre Wallace Stevens, "From the Misery of Don Joost": la tempesta della vita

Dammi un voto! 
Da tanto non traducevo una poesia: leggere in lingua è questione squisitamente mentale, di abitudine, di familiarità. Tradurre, altra cosa, su cui ci si interroga sempre. Del resto, interpretare, tradurre, capire, comprendere, sono attività che possono essere svolte in molti modi: affidandosi a guide o segnando da soli il percorso — ammettendo di dare a quel da soli il valore specificato dal temporaneamente, e occasionalmente, poiché nessuno è mai realmente solo, tanto meno quando traduce.
Ho trovato questi versi tratti dalla raccolta Harmonium di Wallace Stevens, la prima pubblicata: la poesia si intitola From the Misery of Don Joost, e su di essa non vi sono molte informazioni dell'autore. Il componimento viene avvicinato da Stevens a Don Chisciotte (come si dice in questa pagina), ma probabilmente è molto più interessante in via preliminare scoprire invece gli indizi che vengono da Joost.
Intanto il testo (l'edizione che utilizzo è quella di The Collected Poems of Wallace Stevens, Alfred A. Knopf, New York, 1954) :

I have finished my combat with the sun;
And my body, the old animal,
Knows nothing more.

The powerful seasons bred and killed,
And were themselves the genii
Of their own ends.

Oh, but the very self of the storm
Of sun and slaves, breeding and death,
The old animal,

The senses and feeling, the very sound
And sight, and all there was of the storm,
Knows nothing more.


Ho finito la mia lotta con il sole;
e il corpo mio, vecchio animale,
nulla sa più.

Le stagioni potenti procrearono ed uccisero,
e furono esse stesse i genii
della loro propria fine.

Oh, ma il più puro sé della tempesta
di sole e schiavi, morte e riproduzione,
il vecchio animale,

i sensi e le emozioni, l'assoluto suono
e la vista, e ciò che tutto fu della tempesta,
nulla sa più.

     Tracce di Don Chisciotte, è vero, paiono difficili da trovare: non così invece per San Giodòco, Judoc in Bretone, da cui è venuto il nome (frequentissimo nei Paesi Bassi) Joost, che è equivalente all'italiano Giovanni e Giacobbe — quest'ultimo risulterà interessante anche in seguito.
     Judoc/Joost è un santo anticipatore di Francesco d'Assisi: lasciò nel 636 dopo Cristo tutte le paterne ricchezze, il trono e il titolo di conte, si diede alla vita povera ed eremitica, e compì un pellegrinaggio a Roma percorrendo la Via Francigena ritornando sano e salvo nella natia Ponthieu (a nord di Parigi, in Piccardia), dove morì poco dopo il rientro in patria nel 688, ove era nato nel primo anno del secolo.
     Il primo indizio importante (se si tralascia di pensare invece al riferimento a Don Chisciotte dell'autore sfruttando il lungo pellegrinaggio, che sarebbe dunque un a symbolo ad concretum) è il fatto che il corpo di San Giodòco sia rimasto, secondo le testimonianze, incorrotto e incorruttibile. Ecco allora una prima luce che possa spiegare il verso 2, "il corpo mio, vecchio animale": che difatti non viene cancellato o distrutto dalla tempesta, e che forse non ha bisogno nemmeno di sapere qualcosa anziché nulla.
     Importante è allora vedere da cosa derivi tale tempesta: essa è la lotta con il sole, che può risultare più comprensibile riguardando a Joost in quanto Giacobbe, il patriarca che per una intera notte lottò con Jahvè, senza esserne sconfitto che all'alba e con un colpo all'articolazione dell'anca teso a bloccare il nervo sciatico, un colpo apparentemente scorretto e dettato dalla difficoltà di battere questo fortissimo uomo determinato nel voler vedere il volto del suo avversario. Una mossa divina che colpisce i senses and feeling, per bloccare i sensi e fiaccare le emozioni e spegnere un ardimento che (questo sì), come Don Chisciotte, rende Giacobbe/Joost degno di diventare Israele, Padre delle Nazioni seppur con una (parziale, inevitabile) sconfitta contro Dio, tutta umana. Il sole-Dio per eccellenza quindi lotta con Joost, e questi non è sconfitto, tant'è che knows nothing more, non sa più alcunché: capisce soltanto che le stagioni potenti della sua vita, i suoi pellegrinaggi lungo il mondo, le vicende biologiche e universali del tramandare sé stessi e del morire, sono completamente liberi e naturali ed affidati ad una logica loro propria, come Stevens dice ai versi 5 e 6. Per tale ragione l'intera vita è dal punto di vista umano una lotta e una tempesta ove possono trovarsi gli schiavi (l'Umanità intera) e perfino i simboli della religione e della speranza, quel sole che stavolta cristianamente (se prima lo scontro è con il Dio-Padre dell'Ebraismo) è accanto, accomunato, agli Ultimi.
     Questa furia rapinosa non fa comprendere, non consente di afferrare un significato oltre il ciclico nascere e morire: tant'è che il corpo è subito, immediatamente ridotto al vecchio animale, ma nel senso preciso, aristotelico e poi tomistico e in genere medievale del termine — il corpo appunto nelle sue funzioni del breeding and death, una "riproduzione, procreazione, nutrimento, sostentamento" e una "morte". Ma quel breeding che ho continuato a tradurre come "trasmissione della vita", lo è anche in senso più lato, vale a dire nel significato di "allevamento" e dunque "educazione": il viaggio attraverso la lotta e la tempesta è una educazione tanto quanto il pellegrinaggio di San Giodòco, che al suo ritorno a casa è pronto a morire, ad uscire dalla necessità di sapere qualcosa nel Mondo. Ci si educa nel viaggio: ecco forse il perché della spiegazione attraverso Don Chisciotte da parte di Wallace Stevens. Ci si educa con una purezza di suono e di vista (versi 10 e 11) che poi si annichilano, non hanno più bisogno di sapere altro e più di quel che hanno visto, e possono morire: il corpo però, rimane incorrotto, non toccato da queste vicende, forse anche pronto a ritornare agli elementi per risorgere tal quale.
     Ma è ancora Giacobbe/Joost a fornire una spiegazione ad una domanda: perché the very self of the storm [...] knows nothing more? Perché dunque è la tempesta personificata al verso 7 a non sapere più nulla e contemporaneamente nulla di più, vale a dire tutto? In Genesi 46, 26-27 si dice che "Tutte le persone che entrarono con Giacobbe in Egitto, uscite dai suoi fianchi, senza le mogli dei figli di Giacobbe, sono sessantasei. I figli che nacquero a Giuseppe in Egitto sono due persone. Tutte le persone della famiglia di Giacobbe, che entrarono in Egitto, sono settanta"; mentre in Esodo 1, 5 si legge "Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto": l'Egitto, la Terra dell'Afflizione e dell'esilio, dunque di una lotta e di una tempesta della vita e dell'intera esistenza non soltanto personale, ma dell'umanità. Ma che sia una coincidenza fortuita o una costruzione di Stevens, è proprio al verso 7 che si legge il più puro sé della tempesta, la sua identità: e sette e settanta sono nel pensiero ebraico numeri per indicare la completezza, la totalità di parti innumerevoli.
     Rappacificati con Dio-sole o mutuamente estranei, Wallace Stevens non si culla nelle illusioni, che sono pur esse de-cise e ri-solte dall'inanità, impossibilità, forse inutilità di cercare di conoscere se vi sia altro rispetto al nascere/riprodursi/morire: questo Qualcosa esiste ed ha senso ed emozione — l'italiano senso aiuta con la sua duplice ambiguità. Il Qualcosa di più è il Viaggio stesso, la Vita stessa, che è tempesta, la miseria del titolo: e chiude il cerchio, poiché miseria è in realtà la diminuzione, il togliere che esfolia il viaggio terreno fin quando non si spegne cadenzando che esso nulla sa più.

lunedì 16 settembre 2013

Il momento opportuno

Dammi un voto! 
Da una lettera, della quale taccio il Destinatario:

... ma non è soltanto una questione di tempo,
carissima ***:
l'altro pomeriggio discutevamo del tempo, perché siamo immersi in questa fondamentale illusione che sembra racchiudere anche le altre forme della nostra esperienza.
Anzitutto, spero che tu stia bene, e voglio augurarti una serena e piacevole giornata.
Il mattino è il momento in cui la lotta fra sonno e veglia è forte: non parliamo dei momenti di passaggio fra le stagioni, quando quella ancora viva si sente stringere da quella nascente...
Qui sta il percepire il "momento opportuno": i Greci lo chiamavano kairós.
Ed è l'opportuno rispetto a chi compie l'azione, dunque anche rispetto a chi coopera nell'azione (lo potremmo chiamare il Soggetto); ma insieme rispetto all'agire o meno (lo potremmo chiamare il Fare); e insieme rispetto a ciò che quell'azione crea (lo potremmo chiamare l'Oggetto).
Sta di fatto che così, filosoficamente, tutto diventa arida dissezione, e specie se messa per iscritto, noiosa anatomia di qualcosa che invece è delicato e impalpabile nella sua perentorietà: meglio parlare, dialogare, anche se soltanto per monologo.
Non voglio continuare con la filosofia: è bella e vera, ma richiede piedi pesanti.
Pensa invece il kairós in questo modo, orientale.
Esso è il tempo, nel giardino fiorito o durante la tua passeggiata pomeridiana, in cui ti rendi conto che sui rami o in cima allo stelo quel fiore ha raggiunto la sua maturità, che presto sarà svanita nella vecchiaia e nella dissoluzione: non è più un bocciolo, non è ancora la corolla invecchiata con i petali flosci e gualciti. Dura un attimo o un giorno o una vita intera: il kairós non è questione di lancette, non è quantità ma qualità, e dipende dall'Osservatore.
Ma esso è, insieme, il tempo in cui si decide di ammirare o di cogliere il fiore o di lasciarlo senza più guardarlo e andare via: dunque il kairós è del fiore in quanto suo proprio, e del fiore e di te che l'osservi, in quanto quel fiore non sarebbe stato maturo al punto giusto se non per i tuoi occhi e non da solo per sé stesso.
Infine il kairós è il tempo in cui prendi coscienza di questa occasione NEL tempo, e di come questa, se passata a pensare sia UN aspetto della Cosa, e se passata ad agire sia UN ALTRO aspetto della stessa Cosa: la medesima acqua che stagna nel lago oppure è onda vorticosa con la cresta di schiuma.
Anche in una relazione dunque, il kairós è difficile da cogliere, perché noi siamo limitati, e procediamo per esclusione e non invece per sovrapposizione includente: discerniamo UN aspetto, e poi col ricordo ricostruiamo l'ALTRO o gli ALTRI aspetti per farne una visione complessa.
Quando si dovrà agire o pensare in una relazione?
La contemporaneità non esiste: ridotta ai minimi termini, è impossibile la fusione di Azione e Pensiero, tant'è che si dà all'una o all'altro la prevalenza e su questa si fonda la divisione inestricabile.
Ma vedi?, torna una noiosa analisi filosofica...
Il kairós, difatti, è il momento in cui la decisione è presa: il momento in cui la biforcazione prende corpo e non si può più tornare indietro — il taglio del fiore, la parola pronunciata, il gesto compiuto, il pensiero pensato. L'Atto che prende il posto della Potenza: fino a quel momento nulla esiste e tutto potrebbe, col kairós la Cosa si crea, dopo questo tempo la Cosa esiste "per me" nella coscienza e nella memoria. Ripeto, questo "tempo creativo" non è l'Attimo, o non è esclusivamente l'Attimo, perché non è durata, ma qualità.
Troppa filosofia: chissà che tu non abbia già lasciato perdere...