Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

martedì 23 settembre 2014

Quinto giorno di scuola

Dammi un voto! 
Le spie e gli sbirri.
Più e più volte, per i motivi disparatissimi che la fantasia (o la memoria di un insegnante) può suggerire — ad esempio, solo a titolo di parziale elenco: sottrazione di braccialetti o evidenziatori o panini con prosciutto e formaggio allo scopo di furto o semplice vessazione normalmente chiamata dar fastidio; sostituzione fraudolenta di quaderni, penne scariche, diari con figure di cantanti/giocatori/personaggi televisivi; occultamento o apposizione di oggetti di vario tipo e foggia e natura allo scopo di denigrare la parte offesa (e molto offesa, in certi casi) — più e più volte in questi giorni ho sentito parlare di spie e sbirri.

Prufissu', chiddu havi 'u telefoninu 'nt'a tasca!
Ah, ma allura siti tutti sbirri, sbirri c'a divisa propriu!
Professore, quello ha il telefonino dentro la tasca!
Ah, ma allora siete tutti sbirri, proprio degli sbirri con la divisa!

Fermo questa fiera delle idiozie e spiego che segnalarmi il fatto che qualcuno non stia rispettando il regolamento della scuola non significa affatto comportarsi da sbirru, ma sono sommerso da una discussione procedurale nella quale mi si spiega che Cu si fa 'i fatticieddi so' campa cent'anni e altre frasi di rito — e mi chiedo come facciano ad essere così per degli undicenni/dodicenni/tredicenni.
Poi vado a fare supplenza in una Seconda.
Dopo qualche minuto di relativo silenzio, un bambino (proprio tale mi sembra, magrissimo e minuto com'è) scoppia in grida furibonde, salta dalla sedia verso un banco e poi a terra, si rialza felino, si siede accanto ad altri due che iniziano a ridere nervosamente e sempre più forte e poi si prendono a testate spingendosi la fronte ed il collo teso mentre altri, maschi e femmine sono attratti dalle parole del primo, il bambino, che adesso sta parlando velocemente e sputacchiando in un dialetto tanto stretto che non lo capisco affatto.
Grido una prima volta di fare silenzio, ma ovviamente i tre continuano a fare un chiasso bestiale finché non mi alzo per cercare fisicamente di fermarli in qualche modo. Mentre mi sto mettendo in piedi delle ragazze si affacciano alla finestra e iniziano a parlare con delle compagne che sono fuori in cortile, e parlando gridano e gridando si lanciano in urli da berbere, acutissimi, come se fossero richiami di dolore o di follia da film horror — i tre hanno preso a bisticciarsi per qualche oggetto rubato, poi rallentano ed io sono accanto a loro, ma si alzano e sfuggono ed io corro alla finestra a riacciuffarli ma da un altro capo dell'aula altri mi chiamano, con sguardi spenti e dormienti perché vorrebbero uscire o andare in bagno, alternativamente, e quando riesco a tenere uno dei tre che mi sembra più ferrigno e dunque il capo della combriccola, e gli grido in un orecchio, lui ride ancor più nervosamente e mi guarda strabuzzando gli occhi e digrignando i denti.
Si fermano per un attimo: intimo loro di fermarsi ancora di più, pena una nota sul Registro di Classe. Riprendono.
Allora torno alla cattedra e chiedo i loro cognomi: ed inizia un balletto che dura, fra alti e altissimi di volume, e andamento da Concerto barocco con il concertino dei tre strumenti iniziali contrapposto o allineato al tutti dell'intera orchestra di scalmanati, per il resto dell'ora, ininterrottamente. Chiedo i cognomi, e ovviamente i tre tacciono: anzi, uno me ne dice due o tre diversi, per non farsi individuare e vedere la mia reazione.
Cerco di farmi aiutare da altri compagni, dico nomi a caso del Registro per vedere di indovinare o stimolare i malcapitati a rivelare l'identità dei tre, o almeno di quello che sembra il capo della brigata, ma niente. Mi fermo, e cerco di trovare una strategia: mi si offre dinanzi agli occhi un alunno più calmo, e chiedo a lui di sapere come si chiamino quelli del Gruppo dei Tre — e mi dice che lui non è una spia.
Nel frastuono generale, al quale è inutile aggiungere le mie grida perché non sortirebbero alcun effetto (non sono un loro insegnante, non ho — ai loro occhi e forse anche ai miei stessi — alcun potere), dico di stare per scrivere una nota a tutta la classe, e delle ragazze protestano avvicinandosi alla cattedra e dichiarando che non stanno facendo niente. Ma quando allora chiedo loro di collaborare, mi dicono che loro non sono delle spie.
Il balletto continua lungamente, e sono sommerso dalle grida, dai salti, dalle rincorse, dalle botte che fra loro si danno alcuni alunni, che ridono e scherzano come se fosse il più bel gioco del mondo: ne trovo uno che non partecipa, e che anzi cerca in alcuni casi di far rallentare/fermare gli altri. Un faro nella notte tempestosa! Gli chiedo di dirmi come si chiamano quelli che dall'inizio dell'ora stanno schiamazzando, e finalmente mi spiega per bene come mai lui non me lo dirà, perché non è una spia.

Prufissuri, e chi ci 'u dicu a ffari? Lei ci metti a nota a iddu, e iddu poi a mia mi duna corpa.

Traduco subito, ma va detto che mentre questo ragazzo mi sta dicendo queste parole, il capo del Gruppo dei Tre si è seduto vicino a lui e gli sta dicendo sottovoce (che è il volume normale contrapposto alle grida forsennate che continuano) Si tu ci dici 'u mo nnomi, ti vunchiu a corpa.

Professore, e che glielo dico a fare? Lei gli mette la nota, e lui poi mi dà botte.
Se tu gli dici il mio nome, ti gonfio di botte.

Questi ragazzi hanno partecipato e parteciperanno a progetti di Educazione alla Legalità, eppure spontaneamente individuano il problema cardinale senza sbagliare la mira: perché dovrei rispettare le regole (ammesso che quelle che io, adulto, insegnante, parlante in italiano, o tutto il corpo insegnanti, o tutta la gran massa degli adulti propone come regole per loro siano sentite come valide e interessanti), se poi appena il giudice emette la sentenza di colpevolezza, il colpevole mi ritorcerà contro la sua violenza? È il problema di ogni Collaboratore di Giustizia: così come è il mio problema di sbirro e il problema delle potenziali spie nelle classi dove qualcuno spadroneggia.
Forse è il problema dentro e fuori le aule, quello grave, profondo, di cui si sviscerano in tanti modi le cause ma non si trovano altrettanto efficacemente soluzioni ancorché parziali: e si potrebbe fare teoria, e potrei farla anch'io nel mio piccolissimo. 
Ma sono costernato e stupefatto da questa rivelazione, e mentre il baccano continua, due alunni si avvicinano e mi chiedono cosa serva per cambiare classe, perché sono stati sommersi anche loro dal disordine, e suona la campanella. Ed io mi dico che serve davvero molta passione e molto impegno per una scuola che non finisca soltanto come istituzione repressiva e riesca invece in quella vecchia nobile e fiera parola, missione, che è quel che ha spinto me e gli altri insegnanti che si disperano a continuare a disperarsi e a stupirsi giorno dopo giorno.

sabato 20 settembre 2014

Quarto giorno di scuola, fine della prima settimana

Dammi un voto! 
Oggi è sabato, domani non si va a scuola...
Sabato mattina ancora a scuola...
Due vecchie canzoni che i miei alunni di quest'anno non conoscono, forse non conosceranno mai: qualche anno fa mi è capitato più di un alunno che ho scoperto a cantare canzoni più datate rispetto al sottoscritto, e mi sono stupito. Ma i miei alunni di Scuola Media hanno ancora un rapporto distante con la musica pop, credo.
Con il caldo incredibile e l'umidità molto alta la giornata è corsa via molto lentamente, e non è un ossimoro: la temperatura, la prima subitanea stanchezza dei ragazzi hanno stimolato oggi comportamenti che tentennavo ad aspettarmi, e speravo non si proponessero.
Quando si parla di integrazione degli stranieri, cosa si intende?
È una formula standard, oppure qui nell'Estremo Sud d'Europa, qui sulla Porta dell'Europa dove trovano vita (e spesso morte) quei migranti, l'integrazione è più facile/difficile? O è già "a parti invertite" in alcuni quartieri, come capita in altre città d'Italia ben più famose di questa dove io lavoro?
Sta di fatto che oggi, col caldo, la difficoltà di ingranare il ritmo di lavoro delle Scuole Medie, la nostalgia del mare, delle vacanze, del riposo, delle maestre, delle Elementari, della libertà, dei giochi, ha scatenato pulsioni sopite: le compagne che già non si sopportavano alle Elementari e che si sono ritrovate insieme, si scambiano smorfie, boccacce, insulti, minacce; e parte offesa (assieme a parte attiva in altre occasioni) sono due ragazze straniere, nordafricane; mentre il ragazzo, nordafricano anch'egli, dialettofono perfetto ma colpevole di stranierità, viene escluso dal lavoro di gruppo che propongo, e per ripicca si autoesclude.
Chi avesse una soluzione magica, immediata, efficace sulla lunga distanza nello spazio e nel tempo, avrebbe già guadagnato da un lato la riconoscenza, dall'altro il potere del Mondo: per fortuna, a pensarci bene, una tale ricetta non esiste, perché altrimenti delle conseguenze funeste si possono immaginare facilmente, se messa nelle mani sbagliate.
Ma quanto sia diffusa l'imitazione dei "grandi" (possibilmente si tratta di questo) nelle menti di questi miei piccoli alunni, e quanto sia vivido e attuale il quadro di William Golding ne Il Signore delle Mosche mi lascia interdetto, basito e stupefatto, se il cinismo che a volte viene con l'età non mi avesse reso già più duro e refrattario di quanto io stesso desideri.

venerdì 19 settembre 2014

Terzo giorno di scuola

Dammi un voto! 
Distinguere un nome da un cognome.
A qualcuno potrebbe parere attività comunque facile, pur considerando la grande (esagerata, smodata, eccessiva, metastatica) proliferazione di nomi non-tradizionali, con le varianti ortografiche del caso, ovviamente. Dunque a qualcuno potrebbe sembrare ad ogni modo facile poter distinguere il nome dal cognome facendo leva su s finali aggiunte quasi a casaccio su nomi perfettamente italiani, h che spuntano nelle posizioni più improbabili, grafie non solo od esclusivamente "inglesi" o "anglofone", ma per una somma di ipercorrettismi, addirittura "tedesche" o "germanofone" come nel caso delle palatali rese con "sh" o anche con "sch", che a volte accompagnano le famigerate y al posto delle j che dovevano essere delle g (o viceversa, con tutta la combinatoria degna di Ramon Llull o di Raymond Queneau).
Ma a me oggi è capitato decisamente l'inverso, rispetto a qualsiasi combinatoria si prenda appunto come riferimento: un mio giovane alunno non sa quale sia il suo nome e quale invece il cognome; oppure non conosce la differenza; oppure la famiglia non conosce la differenza; oppure la famiglia ha usato un cognome per battezzare il proprio figlio (moda statunitense e del Brasile e del Sud-Est asiatico, principalmente).
Quella che a me sembrava una variante un po' modernizzata o un "francese" o "francofona" di un nome perfettamente italiano, e che però è anche un cognome diffuso nella zona dove sto lavorando quest'anno, già mi poneva delle difficoltà, specie perché i bambini hanno l'abitudine di presentarsi con l'ordine Cognome+Nome, come nel vecchio stile militare/scolastico/dialettale. Avevo però optato per interpretare quella variante come nome di battesimo.
Il cognome non mi faceva mistero, pur con una variante ortografica dovuta ad ipercorrettismo dell'addetto dell'Ufficio Anagrafe di qualche generazione fa, o alla solerzia italianizzante di un vecchio parroco del tempo che fu: cognome diffuso nel Meridione d'Italia, aggettivo di provenienza che vale "lavoratore in un accampamento militare".
Ma il mio alunno mi dice che quel suo "cognome" è in realtà il suo nome proprio; e quando io gli chiedo spiegazioni, lui mi guarda basito e mi spiega che è così, punto. Me lo dice in dialetto, è chiaro.
Allora mi vengono dei dubbi, seri, su di me e la mia rapida intuizione capace di distinguere nomi da cognomi in Italia, sulle mie conoscenze onomastiche ed etimologiche, sulla logica stessa che ha forse spinto un padre a far scrivere e registrare all'anagrafe un figlio con un nome tanto strano; per non dire dei dubbi su come si possa sbagliare/invertire/non distinguere il proprio identificativo principale ad una certa età.
Poi arrivano le grida e le risate dei bimbi che mi chiamano perché due di loro, dicono, si sono "baciati in bocca" in un attimo di libertà dal lavoro che stavamo compiendo, e torno alla normalità.

giovedì 18 settembre 2014

Secondo giorno di scuola

Dammi un voto! 
All'ultima ora di oggi — in questa prima settimana usciamo alle 12.30 — un ragazzino di Prima mi chiama, per farmi avvicinare al suo banco: ho appena finito di trascrivere alla lavagna delle istruzioni per un piccolo compito da svolgere in pochi minuti prima di andar via.
Prufissuri! Veni cca!
I bimbi mi chiamano ancora con il tu con cui hanno apostrofato le loro maestre per cinque anni: potrebbero, del resto, essere miei figli, data la differenza d'età, e non mi voglio certo mettere a spiegare che dovrebbero darmi del Lei.
Prufissuri, cchi eni l'hobby?
"Professore, cos'è un hobby?".
Ho chiesto ai miei giovanissimi alunni di giocare a presentarsi attraverso il loro sport preferito, o i loro amici e le attività nel tempo libero, o il loro hobby principale, o l'animale che a loro piace di più: vorrei vedere come scrivono, se e come organizzano il discorso, avere una conoscenza un po' più ampia del loro modo di pensare linguisticamente, e uso sempre questo gioco nei primi giorni di scuola, qualsiasi sia l'età dei ragazzi di fronte a me — le risposte sono sempre diverse del resto, eppure sempre uguali.
Un hobby è un passatempo: se di pomeriggio giochi con i videogame, oppure in estate ti metti a raccogliere le conchiglie in spiaggia, o collezioni aeroplanini, questi sono degli hobby, dei passatempi...
Il mio alunno mi guarda stupito da un po', già quando ho usato il sinonimo passatempo per "hobby"; poi, mi guarda ancor più sperduto, anche se non ho parlato velocemente e il mio italiano non dovrebbe avergli causato chissà quale fatica nella comprensione, spero.
Mi annuisce, ma vedo che non è convinto: vengo richiamato da urla che mi arrivano da un nuovo alunno (ovviamente anch'egli dialettofono) che ieri non ho conosciuto, e devo spostarmi.
Nel frattempo, e poi in macchina quando mi rimetto in viaggio per tornare a casa, mi viene da pensare ad una conversazione con una collega avuta due ore prima, liberi tutti e due, al bar: in questa città dove presto servizio, le due scuole medie hanno assorbito le due fasce sociali che compongono la popolazione del luogo in maniera quasi esclusiva e disgiunta — i molto benestanti e i grandi poveri. Nella scuola dove la collega lavora già da sette anni, mi spiega dinanzi al caffè, l'utenza è quella dei grandi poveri: non l'avrei mai detto.
Ma che siano così poveri da non avere la fortuna di far conoscere a un ragazzino di Prima Media cosa sia un passatempo, non dico un hobby (che è ancora "inglese", per una certa fascia sociale, evidentemente: dunque concetto "straniero"), ma un passatempo, mi fa sentire quanto sia ancora "estraneo" e non solo "straniero" questo concetto per alcuni, purtroppo.

mercoledì 17 settembre 2014

Primo giorno di scuola

Dammi un voto! 
Dialettofoni.
I miei nuovi alunni delle Scuole Medie di quest'anno, se fossero definiti per la loro produzione linguistica da uno studioso, sarebbero etichettati in questo modo.
Ne ho avuti in questi anni, con i loro tratti tipici a livello di pronuncia o di lessico o di sintassi, ed erano alunni delle Superiori di luoghi ben diversi da questa mia patria che mi risulta insieme familiare ed estranea: ho lavorato in Toscana, mentre ora ritorno nella provincia estrema più a Meridione d'Italia.
Questi giovanissimi ragazzi traducono letteralmente, stentano, si arrabattano dopo le mie richieste di esprimersi in Italiano, mancano del lessico fondamentale, e mi chiedo come siano arrivati fino a qui dopo i loro anni alle Elementari. Già forse il fatto che continuo a chiamarle Elementari, Medie e Superiori è un segno, da parte mia, di una presa di posizione.
I miei piccoli alunni a cui non sono abituato fanno motivo di vanto del non saper parlare in italiano: c'è il peso della loro età e della loro ricerca di identità anche attraverso la lingua, è chiaro; ma questo loro dialetto è anche fluido, normale, spontaneo — mi viene da pensare a Pasolini.
Mi stupisco di queste loro difficoltà, dei sudori freddi che li colgono quando chiedo nuovamente di parlare in italiano, di come si trovino a riformulare non solo a livello linguistico ma anche e soprattutto invece a livello di contenuto il loro messaggio, per renderlo più semplice e in particolare più breve e superare così il fastidio della traduzione.
Chissà perché mi stupisco più che degli altri dialetti che ho conosciuto in questi anni?  Sarà la mia posizione ormai diversa così rispetto al vicino passato?