Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

giovedì 24 aprile 2008

Viaggiare

Aprire un blog con un titolo e un post impegnativi spesso significa bruciare tutte le cartucce subito, e non avere molto più da aggiungere in seguito - e magari sarà così anche in questo mio caso.
Il fatto è che questo pomeriggio, ascoltando la scrittrice Enza Buono su Fahrenheit, un programma pomeridiano di Rai Radio3, l'ho sentita esprimersi in maniera molto precisa e affascinante sul viaggio, sul ritorno a casa e su come si debba intendere lo sradicamento.
La signora Buono, che pur essendo nata in Sicilia si è trasferita in Puglia da bambina e abita ancora a Bari, ha pubblicato un romanzo "famigliare" (di cui ha parlato appunto nella trasmissione) e ha ricordato come non si possa tornare da turisti in Sicilia, se si è nati lì e ci si è allontanati per un certo periodo. Diceva "Non si hanno più parenti".
Mi è sembrata una frase forte, e l'ho compresa come l'affermazione di una donna che è rimasta sostanzialmente fuori dalla Sicilia per tutta la sua vita - e quindi che ha visto l'isola dal punto di osservazione interiore che è il ricordo della madre, le memorie comuni e anche i luoghi comuni, le immagini catturate dalle fotografie o dai film, ma non dagli occhi.
Io ho pensato però che in realtà, nessun viaggio è realmente utile, realmente pieno di senso: spesso viaggiare significa riempire con una nuova esperienza un periodo di "vacanza" - di vuoto, cioè - rispetto alle attività normali, che fanno il pieno. Allora le esperienze di viaggio, di qualche giorno, di settimane o mesi, presupponendo un ritorno, modellano solo una superficie.
Riguardando la "pelle", le persone e i paesaggi osservati si fissano dentro di noi come se fossero proiettate su uno schermo: ecco perchè fa più frutto, da questo punto di vista, chi come Emilio Salgari, che creava i suoi mondi asiatici e lontani per Sandokan utilizzando cartine geografiche e fantasia, cioè lo strumento della mente che ordina i particolari e ne estende le relazioni per ampliare l'orizzonte della conoscenza, viaggia anche con la mente.
Eppure la nostra cultura occidentale pare sia modellata sulla intemperante necessità di un viaggio, che fra l'altro si configura come un ritorno: è questo il nostos di Ulisse, un viaggio di ritorno verso casa, lento e difficoltoso.
A ben vedere però, quel viaggio, a parte la banalità della amplissima durata (che salta subito agli occhi e su cui si costruisce una vicenda affascinante), ha un motivo profondo e sottile che costruisce una vera filosofia del viaggio in Occidente, quella che spingerà gli esploratori del Rinascimento a conquistare il globo con le scoperte geografiche. Quel motivo è che per quanto lungo sia il viaggio e il ritorno, ogni volta a Ulisse si pone la prospettiva di non poter più tornare a casa.
Chi sa di poter tornare, usa il viaggio per riempire uno stacco, per riposare forse, dunque per una "vacanza", ancora una volta: ma Ulisse non sa se gli sarà consentito tornare. Lo spera, e questo riguarda però i sentimenti, e l'algia, il dolore che difatti associamo al suo nostos - ma non riguarda la ragione e il pensiero che organizza il presente per il futuro.
Se Ulisse avesse avuto certezza, sarebbe rimasto a Ogigia o con Circe, decidendo con calma se e quando tornare da Penelope; e ancor più fortemente, se fosse stato sicuro di restare, non sarebbe partito alla ricerca delle Esperidi, o del Purgatorio, come inventa splendidamente e genialmente Dante nella Commedia.
Per questo stesso motivo, Kostantinos Kavafis scrive nella sua Ulisse, "Fai voti che ti sia lunga la via", e augura al moderno inquieto viaggiatore di non disperare se il viaggio si prolunga oltre ogni limite dettato dal "diporto" - in ogni viaggio fatto senza speranza, si assaporano odori e sapori che finalmente entrano dentro il corpo e non si fermano sul limite che separa dentro e fuori, la pelle.
Ma quel viaggio ha bisogno di assoluto, ed è raro trovarlo.
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