Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

martedì 30 dicembre 2014

Su una poesia di Vittorio Sereni

Salvatore Tinè mi ha invitato ad una riflessione su questi bei versi di Vittorio Sereni: gli rispondo con piacere e a caldo, quindi chiedo scusa in anticipo per le zoppicanti sciocchezze che potrebbero essermi scappate...
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Nella neve

Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?
Dove portavano, quali messaggi
accennavano, lievi?
Non tanto banali quei segni.
E fosse pure uno zampettio di galline -
se chiaro cantava l'invito
di una bava celeste nel giorno fioco.
Ma già pioveva sulla neve, duro si rifaceva il caro enigma.
Per una traccia certa e confortevole
sbandavo, tradivo ancora una volta.

Intanto le parole.
Cos’hanno in comune le edere, delle stelle imperfette e dei cuori obliqui? Sono ponti caduchi, traballanti, per indicare dei percorsi che alla fine della poesia si riveleranno inesistenti. Le edere, che sono sempreverdi, possono seccarsi, eppure restare tenacemente avvinte alla pianta o alla pietra dove hanno posto radice: come certi sogni che incartapecoriscono ma pur perdendo linfa non perdono la loro forma, quasi mummie o gusci di crisalide. Le stelle possono essere benissimo imperfette, solo che si “con-sideri” la loro natura: sono pori come per Anassimandro, sono ponti come per Victor Hugo — vale a dire che sono il pensiero, che è imperfetto e per questo motivo paragona e si pone esse stesse come confronto nel “con-siderare”. Il pensiero è imperfetto infatti per il motivo che porta Sereni a dire cuori obliqui: la ragione è incapace di comprendere quale sia il mistero di quel richiamo che viene dall’alto (i messaggi del verso 2), ed il cuore scivola rispetto al suo piano (oblinquo, obliquus) e cerca, ancora una volta, di porsi a cavallo, come un ponte.
Ma è l’imperfezione, essenziale nella natura dell’edera (che ha bisogno di un supporto, di un sostegno) secondo il concetto umano, accidentale per le stelle ed il cuore, a spiegare perché i messaggi sono lievi: essi non possono dire, non possono indicare (deiko, deixis) ma solo farsi vedere con dei cenni, mostrare la loro presenza cercando di non turbare per questo la libertà dell’osservatore: un po’ come il cenno dell’Albero della Vita nel Paradiso Terrestre. Dicessero qualcosa, allora la direbbero al modo dell’Angelo della Prima Elegia Duinese, tremendamente. Ma pur così quei segni non sono banali, ma si lasciano cogliere, e forse irretiscono ancor di più l’osservatore: lo fascinano, come una sorta di edera o tralcio di vite affascinò i primi due abitatori della Terra.
Sono segni non banali proprio per la loro levità e il loro apparente disordine: cos’è del resto lo zampettio di galline, se non il sovrapporsi in uno spazio circoscritto, chiuso, di segni e percorsi? Non ha nemmeno la pretesa di occupare la totalità dell’orizzonte interno di quello spazio: non è un moto puramente browniano, caotico e forse per questo anche ergodico; lo zampettio di galline è apparentemente senza senso, senza significato o con un significato che implica la cooperazione interpretativa, il coinvolgimento — i segni, per quanto lievi, per quanto esigui e tendenti alla frustrazione semantica, chiedono la saturazione dell’attenzione, della decisione e della volontà: sono un chiaro […] invito che arriva, coerentemente, da una apertura marginale ed eccentrica di comunicazione, la bava celeste nel giorno fioco. La bava del resto, è quella delle lumache, che lasciano i loro segni di percorso argentei e luminescenti sui muri, ma è destinata a sparire alla prima pioggia.
La pioggia infatti non cade sulla terra al verso 8, ma sulla neve: cosa dovrebbe mantenere, quella neve? La vita, ma per sottrazione di caldo, del suo elemento caratteristico; e per questo può cancellare i passi delle galline, che non raschiano la terra, non la arano né la dissodano come farebbe un segno pieno di significato, ma la sfiorano solo in superficie: il segno delle galline non è charakter, non è quello del charassein, mentre il caro enigma, che è proprio la vita come dici tu, si indurisce di morte. Dinanzi alla cancellazione del segno, che mostra la possibilità di un percorso di vita, la pioggia copre col suo rumore termodinamico di entropia le tracce che persino il freddo avrebbe conservato, forse.
Non a caso la traccia certa e confortevole rispetto a cosa fa sbandare? Rispetto a quale con-siderazione? Quella dell’imperfezione, della finitudine umana e personale? O rispetto, come tu dici, all’ideale che viene tradito? Io credo che qui stia emergendo un’idea di fiducia mancata, anzi, di piena sfiducia, proprio nell’idea di direzione di quel segno: Sereni non ha fiducia nella propria capacità di orientarsi, che vien prima del naufragare o meno di Leopardi. Sereni forse sente che il compito del ponte (come quello del pontifex, che fa sacre le sponde segnando un cammino, congiungendo), che è quello di tradere, sta mancando alle sue forze: non tanto e non solo perché la strada certa e confortevole invita maggiormente. Ma perché la labilità dei segni, la cooperazione richiesta nel comprenderli sono fuori la sua portata. Leopardi vuole naufragare — Sereni è costretto a tradire: non è un chierico à la Benda, ed anzi ha ben chiaro che il suo sbandamento avviene rispetto ad una via. Ma non può seguirla, perché ne andrebbe della sua libertà di sbagliare.
Diciamo che se non tradisse, si porrebbe come un nuovo Adamo o come Cristo: ma quando dice che il caro enigma si rifaceva duro, è perché la pioggia (o il lavoro, se la volessimo vedere con le parole e le nozioni di Lucaks che tanto ti stanno a cuore) l’ha reso morbido, magari per un attimo, che è quello della scelta.
Ma poter scegliere non significa saper scegliere: nel Talmud si dice che “L'uomo giusto non è senza peccato. L'uomo giusto conosce il suo peccato e lo espia, perché difficile non è fare la cosa giusta, ma sapere cosa è giusto; e una volta che si sa che cosa è giusto, è difficile non farlo”.



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