Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

giovedì 4 aprile 2019

Un romanzo di piccoli gesti. Su "Pasticcino al cioccolato" di Elio Cardillo


Si può scrivere un romanzo manzoniano nel duemiladiciannove?
Si può scrivere ed avere ben presente che i romanzi più moderni fra scaffali e librerie di catene commerciali sono scritti tutti quanti (o quasi tutti: il che conferma) con al centro un commissario che risolve dei delitti e magari è un po’ ribelle alle regole assegnate, è un po’ burbero ma sempre affascinante, e ci piace in fondo proprio per quest'aria che ricorda che noi non saremo mai così imperfette ma simpatiche canaglie, e vivremo sempre ai margini cullandoci di sogni?
Si può fare appello al nostro ricordare gli anni fervidi del breve dopoguerra, quei Cinquanta che poi furono preludio al più grande Boom del secolo e che videro la fame e le speranze mescolarsi per far nascere un'Italia che sapesse d'onestà (vi ricorre nei momenti più toccanti fra le pagine l'autore, che non teme di confondersi con chi la grida oggi come fosse una preghiera e non un vanto), di lavoro, di ideali di bontà?

A qualcuno non sarà sfuggito l’omaggio in prosa ritmica per il nuovo romanzo di Elio Cardillo, intitolato Pasticcino al cioccolato, che esce per le edizioni stampeacontatto di Carmelo Gaudioso. La ragione è semplice e scoperta: questo è un romanzo scritto da un poeta, e noi ci troviamo con Elio e con l’orizzonte di paesaggio di queste pagine a Lentini, la terra di Gorgia, il luogo dove è nata la prosa d’arte — quella antike Kunstprosa che ha fatto sorgere con Eduard Norden più di un secolo fa l’interesse per gli artifici retorici non solo in poesia ma anche nei discorsi apparentemente meno “regolati” eppure preziosissimi per le loro architetture formali, come il sofista di Leontinoi e giù giù fino a noi molti altri scrittori hanno saputo mostrare.

Cosa ci dicono, nel duemiladiciannove, la dottoressa Lucia Midolo, farmacista di Siracusa, ed il futuro avvocato Gino Fazio nato e cresciuto a Lentini, figlio di braccianti, se non che dovremmo guardarli un po’ come Renzo Tramaglino e Lucia Mondella? In quei due famosissimi promessi sposi essi si rispecchiano per molte vicissitudini di quei primi anni Cinquanta della Sicilia orientale siracusana, fra il capoluogo di provincia e quella cittadina alacremente impegnata con la produzione ed il commercio delle arance, volta chissà, forse solo sentimentalmente a Siracusa ma già proiettata nell’orbita di Catania come polo economico e culturale di riferimento. Essi parlano di noi: parlano di fughe di cervelli per cercare lavoro — allora in Svizzera per diventare frontalieri; oggi più verso la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, per far valere il merito dei propri studi e delle proprie fatiche; parlano di amori contrastati dal destino e però fiduciosi verso un aiuto provvidenziale, che con pazienza e fatica e saggezza antica e popolare risolverà ogni garbuglio.

Sì, perché questo romanzo è manifestamente manzoniano, e senza alcun timore di apparire antiquato, proprio nei suoi elementi costitutivi: vi domina un senso di profonda commozione verso la vita in ogni suo aspetto, che si parli dei calli sulle mani di Saro Fazio, il padre di Gino, della umilissima casetta abitata e governata da ‘Nzina, la madre del protagonista, o che si parli dell’amore per la caccia di Paolo Midolo, il farmacista padre della protagonista vera e imprescindibile del romanzo, Lucia — nome e segnatura manzoniani sans dire.
Domina, ancor più, una Provvidenza che altrettanto in modo semplice e lampante si disegna come la provvida sventura dello scrittore lombardo, e qui senza le grandi complicazioni teologiche di cui si compiaceva Manzoni per mettere ancor più in risalto l’abbandono fideistico e umilissimo di Lucia (e poi di Renzo) nelle mani del Creatore.
Come un misterioso volere porta Gino e Lucia a incontrarsi fra gli scompartimenti del treno per Catania dove entrambi studiano all’Università (e con sapienza di narratore Elio Cardillo inverte i termini della diegesi e ce li mostra nella prima pagina già in medias res, un po’ spaventati ma eccitatissimi alla Villa Bellini e poi al Bar Savia lì di fronte, a dividere quello che sarà il vero leitmotiv del romanzo, il “pasticcino al cioccolato” del titolo che torna a intervalli regolari come le “stelle” alla fine di ognuna delle tre cantiche dantesche), allo stesso modo misteriosamente, come la Provvidenza manzoniana, quel volere soprannaturale fa morire troppo presto Paolo Midolo poco tempo dopo una battuta di caccia, colpito da un incolpevole amico di lunga data.
Altrettanto misteriosamente il destino si accanisce su Gino quando il padre Saro viene reso inabile da un colposo — ma determinante — incidente sul lavoro durante una protesta sindacale; e così sarà un crescendo soffocante verso un baratro che coglie i due ragazzi non più separati ma apparentemente inermi ogni volta che le scongiure si abbattono su di loro. L’interruzione degli studi per Gino, la separazione ed il silenzio che lo costringono a non scrivere più alla sua amata a Siracusa, la sordida truffa dello zio Rocco per appropriarsi della farmacia di Lucia, le viscide profferte amorose di Carmelo che cerca di violentare la giovane farmacista mentre entrambi lavorano nel retrobottega, l’abbandono e la cessione dell’attività di famiglia allo zio ingordo e irriconoscente: tutti questi elementi potrebbero benissimo avere un parallelo appunto in quel romanzo-modello per Elio Cardillo che sono I Promessi Sposi, la fabbrica di tutta la tradizione romanzesca italiana successiva.

Ma è la bontà a prevalere in tutte le pagine, una bontà che commuove senza diventare patetica nel senso più vieto del termine. Quasi non vi si crede, e pare davvero irrealistico lo sfoggio rutilante e bellissimo di amore ed affetto che circonda i due giovani in ogni loro gesto quando a poco a poco cercano di rialzarsi: e lo comprenderemmo da parte dei familiari di Gino, che accolgono Lucia come una figlia; ma lo stentiamo a credere durante il viaggio in treno che poco dopo il matrimonio li porta in Svizzera — Lucia incinta e ancora nel segreto per non frenare Gino ed il loro viaggio della speranza —, o all’arrivo a Varese, o poi a Lavena Ponte Tresa, il piccolo centro di fronte a Lugano dove resteranno per circa un anno o dove nascerà Dina, la figlioletta che porta il nome della mamma di Lucia, morta da tempo e prima dei fatti del romanzo. È tutto un sbracciarsi di personaggi comprimari, grandi e piccoli, meridionali e settentrionali, italiani, svizzeri, pugliesi campani siciliani emigrati settentrionali trasferitisi al Sud — tutti non fanno altro che mostrare il loro amore, la loro comprensione per le difficoltà di Gino e Lucia, che brillano per gratitudine e magneticamente attirano su di loro il bene come i santi le preghiere, le pene ed il martirio e poi la corona di gloria della ricompensa celeste.

Il fatto è che noi stentiamo a credervi non perché sia una esagerazione strappalacrime di Elio Cardillo, uomo dai forti sentimenti e dalla fede profonda e animosissima; quanto perché il cinismo che ci avvolge ogni giorno da ogni parte ci ha reso più duri e cinici, mentre in queste pagine il correttivo di bontà e semplicità arriva ad ogni riga, in quelle piccole pennellate che Cardillo — lo ricordiamo, poeta in primo luogo e per vocazione, e fotografo anche con la penna — si concede quando descrive piccoli elementi del paesaggio o dei gesti dei personaggi con un tono che risalta diversamente rispetto alla prosa consueta, e la solleva e la illumina come per evitarne degli eccessi, che il romanzo peraltro non segue mai. In due casi addirittura, il vocabolario si innalza a voci che sono tipiche di chi pensa per versi e non per prosa: “La pietra bianca accecava, e i ficus fitti nel color di mirto, sapevano serenare gli occhi: infiniti i passeri che, se pur mille, diventavano un solo cinguettio. E poi le cicale a stridulare in coro e il cicaleccio nel vespro stordiva l’aria. In farmacia il dottor Paolo apriva anche la porticina sul retro, e la corrente d’aria fresca del mare lì dietro, profumata di sale, frescava farmaci e gente”. Serenare, stridulare, frescava, sono parole di chi dipinge, di chi coglie immagini e suoni per farne poesia, e non certo di chi scrive semplicemente (senza nulla togliere, anzi, rafforzando!) un romanzo. Fosse mai semplice scriverne uno: e questi tratti ancora manzoniani ce lo indicano — e sono tratti del Manzoni più “poetico” del 1827, di quello che fa ancora parlare i personaggi anche in una loro lingua più lombarda, non certo di quel Manzoni del 1840 che ebbe ancor più successo di pubblico ma fece arrabbiare il geniale glottologo Graziadio Isaia Ascoli per quella lingua tanto diversa ed “estranea” alla Lecco del 1628.

Non mancano quindi tutti gli elementi che ricordiamo come familiari dal romanzo di Manzoni, alcuni in parallelo, altri ribaltati: l’addio ai monti notturno è un addio a Siracusa ed al rumore del mare; la vigna di Renzo devastata dai Lanzichenecchi è la farmacia distrutta due volte, con l’inganno, da Rocco e Carmelo, allagata, sventrata e poi quasi data alle fiamme nel finale del romanzo; don Ferrante e donna Prassede sono ribaltati un po’ in Carlo e Gaetana, e poi soprattutto in Nino e Luisella; don Abbondio vigliacco e pusillanime è un don Mario che altrettanto non svetta per coraggio, e se mitiga le sue paure con il grande affetto verso Lucia e poi verso Gino, ha pure lui le sue pecche di giovane prelato omosessuale — tributo ad un realismo attualizzante che Cardillo descrive con garbo e sempre avendo in mente l’azione di quella Provvidenza che rialzerà sul finale il parroco ormai morente, facendolo somigliare a un Fra Cristoforo in extremis.

Cardillo non può e non vuole sviluppare ogni traccia che gli si presenta fra le dita mentre scrive: potrebbe parlare indifferentemente di ricette tradizionali preparate a Lentini o a Siracusa, a Noto dagli avvocati Rizza o a Varese o a Laveno Ponte Tresa, così come potrebbe approfondire le lotte bracciantili quando racconta che il rinfresco del matrimonio di Gino e Lucia si tiene alla Camera Socialista, o quando parla di Saro e dell’incidente che gli spappola il ginocchio. Potrebbe strizzare l’occhio ad uno sviluppo più salace della vicenda quando racconta dei complimenti del chirurgo dottor Patti a Lucia sua collaboratrice, che “avevano il potere di farla sentire desiderata” e “la infiammavano nel suo essere seducente, e stuzzicavano la donna che la sua modestia non poteva nascondere”, e magari potrebbe accentuare maggiormente i pensieri di Gino che nella sua intelligente semplicità si rende conto che qualcosa non quadra quando Lucia dice di non volere il chirurgo al loro matrimonio. Potrebbe; ed in questi ed altri casi sparsi lungo il romanzo non vuole; tace, sorvola, fa intuire, proprio con l’arte immaginifica di un fotografo che sa bene quanto non solo non si possa con la camera imitare la cinepresa e quindi cercare di cogliere tutto molto di più che nell’inquadratura ferma della fotografia, ma ancor più quanto sia impossibile con qualsiasi telecamera perfino modernissima descrivere ogni cosa e contemporaneamente nelle sue sfaccettature. Il motivo vero è che la realtà va evocata, proprio come insegna Gorgia e come indicano i poeti: e Cardillo è e rimane poeta anche nel romanzo.

Il fatto è che non si tratta di un romanzo: la forma è quella, certo; ma la vis che anima le pagine è quella di un cuntu, la storia narrata a sera dagli anziani agli altri coetanei e soprattutto ai più piccoli. Lì non si deve né si può spiegare tutto, e si deve lasciar correre l’immaginazione, che è come il desiderio, perché non ha le regole della vita quotidiana ma altre tutte sue. Un po’ come continuare a sognare, come fanno ogni volta Gino e Lucia, di dividere un unico pasticcino al cioccolato, “un morso io, un morso tu”.

giovedì 8 marzo 2018

Un salto di verità


La verità è ormai sempre risultato di un dibattito.

Re-sultare, il "saltare indietro" è appunto un ex-itus, un "viaggio verso il fuori", un'uscita dalla Caverna platonica. Da essa si esce danzando, quando si cerca la verità: de-batuere, "battere per allontanare, per separare". 

Chi cerca la verità è un nicciano danzatore: 

Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus
raccomanda Orazio Flacco, e nel quinto paragrafo della Vorrede di Zarathustra Nietzsche afferma il fondamentale compito dei cercatori di verità,
Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante
Eppure, alla fine della Terza Parte del Così parlò Zarathustra, l'ultimo dei Setti Sigilli (ovvero: il canto "sì ed amen") recita 

Se mai tesi al di sopra di me cieli immoti, e volai con le mie ali nei miei cieli:  
Se nuotai senza fatica in profonde lontananze di luce, e l'uccello "saggezza" della mia libertà giunse: -
- ma l'uccello "saggezza" parla così: « Ecco, non c'è sopra né sotto ! Slanciati e vola: in giro, in avanti, all'indietro, tu che sei lieve! Canta! non parlare più!-
non sono le parole, tutte, fatte per i grevi? Non mentono tutte le parole per chi è lieve! Canta! non parlare più ! ».
-Come non dovrei anelare all'eternità e al nuziale anello degli anelli, - l'anello del ritorno?
Ma è un salto all'indietro, quel re-sultato: Walter Benjamin, nel suo Angelus Novus dice che 
C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
Se una volta, in un tempo felice oltre le nostre convenzioni del "prima" e del "dopo" e i nostri computi delle clessidre, quella composizione si sarebbe potuta compiere, ora la nostra condizione è appunto il "dibattito" e non più il "dialogo": se la verità era un tempo un symbolon, un "mettere assieme", un "recolligere sparsa fragmenta" come Petrarca diceva dei suoi versi, adesso (ma sempre sul piano metastorico) a noi tocca affrancarci dal diabolon, dal "di-battito necessario" in cui solo ci è consentito trovare la verità.

Videmus nunc per speculum in aenigmate; tunc, autem, facie ad faciem, ricorda l'Apostolo delle Genti.

sabato 11 novembre 2017

Musumeci e la laicità dello Stato

Io sono cristiano: non cattolico, ma cristiano. Lo affermo inizialmente per non far sviare rispetto al breve ragionamento che esporrò. Aggiungo che sono un ingenuo, e affronterò la questione ingenuamente.

Da qualche giorno è stata ripresentata come nuova (in verità è del 2015) una — legittima, ci mancherebbe — dichiarazione pubblica (ad esempio si può leggere questa pagina) del neopresidente della Sicilia, Nello Musumeci, che aveva per tema, fra gli altri, l'identità cristiana della Regione che egli governerà.
Vi si dice che per rifondare il senso dell'appartenenza, delle radici e della tradizione in un'epoca di smarrimento, dovrebbero essere allestiti in tutte le scuole primarie del territorio dei presepi natalizi  (aggiunta mia, rispetto al semplice e schietto "presepe" della dichiarazione originale, perché qualcuno potrebbe pensare che vi sia qualche intento di rimettere in scena il De Filippo di "Natale in casa Cupiello", dato che lì nell'opera teatrale il presepe restava tutto l'anno, coperto da un piccolo sipario e poi riaperto alla visione).
Nella dichiarazione si legge una aggiunta condivisibile: "Nessun alunno deve sentirsi obbligato a concorrere, specie se professante culti diversi da quello cristiano; ma avere rispetto per le religioni degli altri, non significa doversi vergognare della propria".

Eppure, dopo decine di sentenze grandi e piccole sulla liceità di esprorre simboli religiosi nei luoghi pubblici, sentenze — aggiungo — contrastanti fra loro e quindi non totalmente dirimenti la questione, la laicità dello Stato in tutti i suoi organi e a tutti i livelli è ancora qualcosa da desiderare e non un dato acclarato, almeno come coerenza rispetto al dettato costituzionale: infatti due fra queste sentenze hanno coinvolto i massimi gradi di giudizio, senza venire a capo della decisione da attuare.
Da una parte la Corte di Cassazione nel 2000 ha ritenuto l'esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici incompatibile con la libera scelta di laicità e pluralismo attivo del nostro ordinamento; dall'altra parte il Consiglio di Stato, che invece nel 2006 ha reputato coerente col dettato della Carta costituzionale la facoltà di esprorre i medesimi simboli religiosi.
È poi intervenuto anche più di un grado di giudizio a livello europeo, fin quando la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha riconosciuto, con sentenza del 2011, il diritto all'Italia di poter esporre simboli religiosi nei luoghi pubblici.

Ma se è sciolto un dubbio giuridico, il dubbio sostanziale e politico rimane.
Immagino bene quindi che la questione — da Machiavelli a Giucciardini fino a noi — non sarà risolta in un'aula di tribunale, degnissima ed ineccepibile, ma incapace di risolvere un problema che non ha la sua radice nel diritto, quanto nella cultura che di quel diritto è alla base.
Eppure, se la questione è quindi eminentemente "politica", mi chiedo come ancora si possa invocare da noi la religione a farsi strumento identitario "contro" altre religioni che — si afferma — sarebbero portatrici di uno snaturamento culturale. Non si stanno forse mescolando — impropriamente: ma lo dico da ingenuo, ripeto — le carte in tavola? Se la religione "altrui" è il problema, come può la religione "nostra" essere la soluzione, dato che entrambe hanno inficiato — a detta di chi afferma ciò — le rispettive culture?
Perché se l'unica cultura inficiata dalla religione è la cultura "degli altri", allora la questione è presto risolta: noi abbiamo ragione, e loro — "evidentemente", "come sempre" — sbagliano. L'importante è trovarsi sempre dalla parte del "noi" e restarvi, se no sono guai seri.
Se invece diciamo che "noi" siamo "tolleranti e democratici" perché abbiamo una tradizione e un fondamento religioso nella nostra cultura, in quale punto chi dice ciò ha smesso di considerare la nostra storia, i nostri atti colonizzatori, le nostre guerre (che sarebbero, per sua stessa ammissione, guerre motivate quindi anche dalla religione stessa)?
Delle due l'una: perché se siamo diventati tolleranti e democratici grazie alla nostra cultura fondata anche sulla religione, allora le nostre guerre sono state solo una "legittima difesa" verso conflitti iniziati da altri contro di noi.
Ma se non è stato così, allora — e se quindi ammettiamo che in quella ricostruzione ad hoc dei fatti che è stata la dottrina della "guerra giusta e santa" noi siamo stati parte attiva e non meramente passiva dei conflitti che hanno costellato la storia mondiale — quella religione ha fatto male anche alla nostra cultura, e noi siamo diventati tolleranti e democratici allorquando abbiamo iniziato a destinare la religione al solo "foro interno" della coscienza, e non più ponendola alla base degli ordinamenti statali che altrimenti abbiamo considerato "confessionali" in tutte le loro declinazioni — dal tardo Impero Romano, a quello Bizantino, a quelli europei a tutte le longitudini da ovest fino all'oriente russo.

Tranne che il neopresidente Musumeci non si riferisse alla specificità siciliana in quanto e per quanto noi siciliani non abbiamo mai iniziato delle guerre motivate dalla religione (non se ne danno esempi nemmeno nella storia del variegato Regno di Napoli/Regno delle Due Sicilie).
Ma ancora una volta: l'allora deputato dell'opposizione nell'Assemblea Regionale Siciliana parlava nel 2015 a titolo personale, o come rappresentante dello Stato in un suo organo elettivo quale è il consesso regionale? Ed in questi giorni, in cui sta nuovamente girando la sua dichiarazione di due anni fa, egli conferma o quanto meno non smentisce quella dichiarazione in quanto cittadino, o in quanto Presidente della Regione?

Soprattutto: se non si tratta di una questione amministrativa riguardo l'esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici, o di più ampia natura giuridica, ma di un fatto politico e storico, quanto dovremo ancora aspettare per decidere che "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani"?

Lo ribadisco, da cristiano convinto e volutamente ingenuo rispetto alle questioni storiche, politiche, giuridiche e amministrative: quanto ancora dovremo aspettare per affermare che una cosa è la laicità dello Stato, una cosa è invece è la libertà di coscienza? E per quanto tempo ancora la religione dovrà purtroppo essere tirata per la giacchetta e usata per fini "umani, troppo umani"?

Del resto, se la questione fosse invece sulla corretta interpretazione del presepe come genuina espressione confessionale cristiana o come più generico fatto culturale della tradizione italiana, non vedo perché lo snaturamento storico e teologico del presepe in quanto "sacra rappresentazione", ridotto a espressione tradizionale non liturgica, dovrebbe essere preferibile. Chi lo interpreta infatti così, ne smonta la spinta propulsiva cristiana, originaria, e ne svaluta la tradizione che inserisce il presepe stesso in tutte le rappresentazioni delle "messe per gli illetterati" che non riguardavano soltanto il Natale, ma anche la Pasqua e gli altri momenti forti dell'anno religioso.
Quindi, a meno di non costruire presepi pur legittimi ma "alternativi", quelli che si invocano dovrebbero essere cristiani, se non specificamente cattolici, e dovrebbero mettere in scena un Bambino specifico in una precisa rammemorazione di un evento della Storia sacra.
Ma se ciò è così, allora il presepe sarebbe da intendere come un fatto squisitamente religioso (per quanto non al livello di sacertà dei sacramenti e dei riti che li amministrano), e dunque, ancora una volta: perché svolgerli in luoghi pubblici che, per libera scelta dello Stato italiano, dovrebbero restare laici?

domenica 30 aprile 2017

La danza delle età: una traduzione interlineare di "Pas de deux" di Jackie Kay


La poetessa scozzese Jackie Kay (a questa pagina di Wikipedia delle informazioni su di lei) è la terza "poetessa nazionale" della Scozia moderna: con il termine proprio, è una makar (calco del poietes greco antico, corrisponde all'inglese attuale maker, dunque il "creatore" di poesia).
Mi è capitato di conoscerla attraverso un suo testo, Pas de deux, che è stato commissionato per un delicatissimo cortometraggio dello Scottish Ballet intitolato "Haud close tae me" diretto da Eve McConnachie (si può vedere a questa pagina, dove si legge anche il testo della poetessa) con un balletto interpretato da Mia Thompson e Jill Ferguson, coreografato da Christopher Hampson con la musica di Alex Menzies e la voce della stessa Kay che legge i suoi versi.
Se il tema del balletto e della poesia è quello di cercare di indagare le connessioni fra le diverse percezioni di sé nelle diverse età della propria vita, il testo mi è sembrato tanto delicato e potente, tanto intimamente denso di immagini e suggestioni, da cercare di tradurlo dall'originale scozzese.
Ho preferito una traduzione interlineare, anche perché il cortometraggio stesso e la poesia si pongono deliberatamente in questo intreccio difficilmente solubile fra il sé "giovane" e quello "anziano", e dunque mi è sembrato doveroso mantenere anche con la versione una duplicità fra lo scozzese e l'italiano, e tentare così un dialogo più corpo a corpo con la poesia.


Pas De Deux di Jackie Kay

Would you take haud o’ me,
Vorresti prendermi
Take haud o’ me
mi prenderesti
Haud me in your airms and birl me aroon?
tenendomi fra le tue braccia, facendomi
volteggiare tutto intorno?
Would you haud close tae me
Vorresti tenerti stretta a me
Haud close tae me
trattenerti stretta a me
Lift me up and put me doon?
farmi volare in alto e posarmi giù?

I’ll let go o’ you,
Ti lascerò andare
Let go o’ you
ti farò andare
Turn you roon an’ set you free
ti volgerò d’intorno e ti libererò
You’re one step away
tu sei un passo più in là
Two away frae me
due lontano da me
A pas de chat, a pas de deux.
un pas de chat, un pas de deux.

Would you run aff wey me
Correrai via lontano da me
Run awa wey me
lontano e molto, correndo, da me,
Tak my haunds and lead me astray?
prenderai le mie mani e mi lascerai errabonda?
Would you hae a word wey me,
Dirai tu una parola per me,
Hae a word wey me,
avrai una parola per me,
Tell me: yesterday’s no the day?
dimmi: non è forse ieri il giorno?

I’ll keep time wey you,
Mi prenderò del tempo per te,
Bide close tae you
per stare accanto stretti tu ed io
Yer body’s memory, fu o’ story,
la memoria del tuo corpo, colmo di vicende,
Step by step we go – chassé, plié…
andremo insieme passo passo — chassé, plié...
In your foot, your toe:
sui tuoi piedi, sulle tue dita:
You’re a magnificent glory.
fatta sei di gloria magnificente.

Would you please follow me?
Seguimi, per favore.
Still shadow me
Sii l'ombra mia indivisa
Until night becomes day?
finché la notte non divenga giorno.
Keep up wey me
Tienimi su
Pas marché or brisé volé?
pas marché o brisé volé?
Until the river meets the sea?
Fino a che il fiume non incontra il mare?
I’ll pace time with you,
Io sosterrò il tempo, con te,

Keep faith with you
Avrò fiducia in te e ti darò fiducia
Up the banks and over the brae
sopra gli argini e sulle chine
Until the moon draps tae the sea.
fin che la luna non scivolerà nel mare.
I’ll be your bridge, be your gateway
Sarò il tuo ponte, sarò il tuo passaggio
Till you are me and I am ye.
fin che tu sei me ed io sono te.

Would you let go o’ me,
Mi lasceresti andare,
Things have sapped and ebbed away.
le cose si sono intrise d'acqua ed insabbiate.
Would you let go o’ me,
Mi lasceresti andare,
Let go o’ me
andare via,
The words have slid back tae sea.
le parole sono scivolate indietro verso il mare.
Who are ye? Who’s me? Who’s me?
E tu chi sei? E chi son io, chi sono?

I’ll dance the night away
Farò danzare la notte lontano
Step by step away
passo dopo passo lontano
You go; I’ll follow
tu vai, io seguirò
Don’t worry now: don’t go away.
non preoccuparti ora, non andar via.
It all begins and ends with a demi plié!
Tutto comincia e termina con un demi plié!
Till I am you and you are me!
Fin che io sono te e tu sei me.

Are you dancing, you say; you say
Stai danzando, dici; e di’ allora
Are you tomorrow?
sei tu il domani?
Are you asking - what will you borrow?
Stai chiedendo qualcosa — ma cosa porterai?
The day just yesterday.
Il giorno è appena ieri.
The night's dancing into the day.
La notte sta danzando dentro il giorno.
The moon’s dancing into the sea.
La Luna sta danzando dentro il mare.

Non è una poesia "lirica": si sentono fra i versi dei richiami, una modalità cantilenante da bardo; le ripetizioni fanno appunto pensare ad un testo nato e pensato per la recitazione a voce alta. Eppure gli slanci sono proprio quelli della danza, e nel ritmo del corpo che si avvicina e si allontana dal suo doppio più giovane o più vecchio, si innesta la dinamica fra le promesse della gioventù e l'esperienza maturata nel corso della vita, che vorrebbe lenire, guarire ed educare forse il sé ancora inesperto e scalpitante, irrequieto e ondivago.
Non a caso è l'acqua a fare il gioco della metafora ricorrente nel testo della Kay: acqua di fiume e del mare — ma proprio in questa millenaria contrapposizione e fusione, la poetessa riesce a trovare un gesto espressivo che rinnova un'immagine che rischierebbe di esser fiacca e trita. Una delle strofe centrali dice appunto: Would you let go o’ me,/ Things have sapped and ebbed away./ Would you let go o’ me,/ Let go o’ me/ The words have slid back tae sea./ Who are ye? Who’s me? Who’s me?, cioè Mi lasceresti andare,/ le cose si sono intrise d'acqua ed insabbiate./ Mi lasceresti andare,/ andare via,/ le parole sono scivolate indietro verso il mare./ E tu chi sei? E chi son io, chi sono?
Non è forse nella danza, in una eterna danza immutabile, che quest'ultima domanda trova il suo senso vero pur non avendo una risposta definitiva?

giovedì 15 settembre 2016

Luoghi e nonluoghi

Le spianate, le piazze, i parcheggi pubblici e privati, sono la contrazione (ma esplosa, ma allargata a dismisura, insufflata dall'evaporazione dei rapporti umani come un vetro che mostri i suoi tenui spessori traslucidi, fusa in volumi che non hanno più un vero dialogo con l'Oltre) dell'Agorà o del Foro.

Quello che, antico e sacro, sarebbe stato insieme lucus e mundus, il koilon vuoto e luminoso e puro di contro alla silva consueta in cui muoversi, di contro alla yle originaria del pieno, è ridotto ormai quasi solo alla contrapposizione delle forme, alla loro precisa o sgangherata giustapposizione metrica e commerciale.

Vige la regola della "concentrazione" massimale, lo sfruttamento topologico del volume come accumulazione: l'horror vacui di memoria aristotelica è stato elevato a formulazione matematica, di tipo economico.
Per questo quando si entra in un parcheggio vuoto o semipieno, si tentenna sempre fra un senso di incompletezza e di attesa, sempre meno invece con il senso di reale libertà che avrebbe accompagnato lo spirito degli Antichi.