Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)
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giovedì 12 dicembre 2013

Cos'è la Grazia?

Questo pomeriggio ho avuto una discussione con una mia carissima amica, che non nomino, ovviamente.
Parlavamo del fatto di ringraziarci, e di ringraziare: la sua idea è diversa dalla mia, forse perché lei crede che due amici non solo non abbiano bisogno, ma non debbano forse nemmeno ringraziarsi, come se questo fosse già di per sé una specie di diminuzione rispetto alla portata di condivisione spirituale che un'amicizia porta, offre e scatena. Ma sto interpretando il suo pensiero, queste non sono le sue parole...
Volevo però condividere le mie.

*** *** ***   *** *** ***   *** *** *** 

Che parola difficile,
carissima ***:
come tutti i concetti semplici, non ci sono appigli e pieghe di significato che possano aiutare ad afferrare il contenuto, a visualizzare un'idea della grazia.
     È grazia, per caso, l'arrendevolezza verso le emozioni forti, la leggerezza di contro alle esagerazioni? Solo in parte: potremmo immaginare situazioni dove il giusto sia rispondere polarizzando, mettendosi agli estremi, scegliendo con decisione di stare e cercare il Mezzo, l'equilibrio.
     Allora grazia è l'equilibrio? Probabilmente sì: ma non il raggiungimento dell'equilibrio, quanto la sua ricerca. Una ricerca che prova ad afferrare l'inafferrabile: poiché l'equilibrio non è qualcosa di statico ma di dinamico.
     E con cosa si afferrano gli Oggetti del Mondo? Con le mani, no?
   Bene, cháris (greco, da cui gratia e caritas del latino, o har del sanscrito), che è il dono, è sorella di chéir, la mano (pensa a chir-urgo, "colui che lavora, érgon, con la mano, chéir" appunto). La mano che dona, la mano che afferra, concretamente e concettualmente la Cosa.
     Noi, alla lettera, conosciamo così: sempre e in ogni caso.
     Conosciamo con l'Occhio, e vediamo la Luce.
   Conosciamo con la Mano, e afferriamo le cose che poi doniamo: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".
     Mi dirai: "C'è un modo ancor più semplice di conoscere? Più intimo e personale?".
   Conosciamo con la Bocca, come i bambini che portano tutto alle labbra e alla lingua: sapio, che vale assaggio, percepisco il sapore, ma è proprio la radice di sapienza, che non a caso non è questione di cervello, ma di Ragione e Sentimento, Corpo e Spirito messi insieme. "Siate il sale della Terra".
    La bocca dice buone e cattive parole, bacia e insulta, mangia e dà da mangiare (pensa ai bimbi che, quando non si fidano di un cibo, lo accettano se un po' morso dalla mamma, che li nutre quindi nuovamente di sé): dunque la bocca conosce, intimamente, la vita delle cose, specie la vita delle cose donate.
     Perciò non c'è cosa migliore di ringraziare, sempre.
     Non è un atto di poca fiducia, un filtro, un riparo: è un manto che avvolge le cose per offrirle in dono — si chiama affetto, amore, gioia.
    È la condizione per cui e attraverso la quale si è esseri umani: la ver-itas, perché Ver/Vir è l'Umano, uomo o donna, giovane o anziano, che vanno tutti ringraziati e conosciuti attraverso quest'atto. La comunione vivifica e rende possibile questo dono conoscente.
   Poi dalla Cosa, donata e ricevuta, si toglie questo velo d'affetto e d'amore, questo manto: a-létheia, greco, cioè il "togliere il velo", "dischiudere" — è la parola che i Greci usavano per la Verità, e quel léthe è un oblio, il manto del Tempo. Ma ogni cosa, ogni fatto, ogni sentimento è presente in noi solo come ricordo, e quel togliere il manto dell'oblio serve a rendere vivo nuovamente ciò che si è vissuto in comunione con Sé e con il Mondo: serve, non a caso a ri-cor-darlo, a ridarlo al Cuore.
     E non si prova lì, l'affetto, non si prova lì, la gioia?
     E la grazia, non si prova forse lì?
     E non si conosce, forse, anche col Cuore, soprattutto col Cuore?
    Dunque non c'è nulla di affettato in [un] ringraziamento: nulla cioè che non sia affetto gioioso, vero e svelato, reso vivo ogni volta e dato al cuore che lo riceve.

mercoledì 8 agosto 2012

Julia Kent, un violoncello rodiese a Catania

Ho ascoltato Julia Kent ieri sera, dal vivo al Teatro Romano di Catania come primo evento della rassegna Efestiade, ed il suo concerto è stato sin troppo breve per la fame di note mia e del pubblico.
Julia è stata prodiga di comunicazioni via Twitter prima e dopo lo spettacolo verso noi che la sollecitavamo ad uscire dalle quinte, e poi a concederci almeno un bis, ma il caldo catanese ha avuto la meglio e noi ci siamo goduti la memoria delle sue note perfettamente in linea con l'ambientazione del suo concerto. 
Ben pochi fra gli studiosi sono riusciti sinora a ricostruire cosa fosse realmente e come suonasse la musica antica greca e romana: la mancanza pressoché totale di testimonianze materiali non solo rende difficile immaginare i contenuti, ma ancor più improbabile qualsiasi filologia che voglia occuparsi di prassi esecutiva, ovviamente.
I tentativi sono tutti fortemente indiziari e personali: allora forse si può avere la libertà di usare altri strumenti conoscitivi per risalire ad un presunto (finora sconosciuto) modo antico di suonare.
Julia Kent, che tiene i suoi concerti in perfetta solitudine col suo violoncello, sarebbe allora una rodiese, nel senso della retorica classica: una mistura sapiente di elementi ritmici articolati, di sovrapposizioni sonore (come non pensare a David Darling e alle sue sovraincisioni col violoncello, proprio come la Kent), ed una tecnica esecutiva asciutta, dove su un'ora di musica la mano sinistra ha suonato il vibrato per meno di cinque minuti.
Asiani, Atticisti e Rodiesi si contrapponevano in un mondo dove la retorica (i colores rhetorici di Quintiliano, il grande sistematore dell'età imperiale) interessava filosofi, maestri e professionisti, politici, forse anche un pubblico più largo di intenditori e amatori o i semplici curiosi durante le esibizioni nelle piazze.
Gli Asiani strabiliavano in un modo che, modernamente, assoceremmo al Barocco: toni caricati, forti escursioni vocali proprio come fosse musica, virtuosismi con le parole al modo dei poeti. Gli Atticisti, invece, asciutti e misurati, senza eccessi di alcun genere, amanti della chiarezza e dell'ordine al punto da sembrare sin troppo concisi, stringati: se non prendessero il nome dall'Attica e da Atene, li si sarebbe definiti spartani nel modo di porgere le parole ed i discorsi, laconici appunto.
Infine i Rodiesi: capaci di servirsi dei vari strumenti senza eccedere, delle parole nuove e del tono di voce senza esagerare, delle pause e della musicalità senza turbare gli animi e senza quello scopo, pronti a stimolare, a coinvolgere con la naturalezza, che è fatta dall'arte, sempre. Demostene, per capirci: e fra i romani, Cicerone.
È capitato così ieri sera con Julia Kent che il suo violoncello fosse contornato, spazialmente, dai suoni ambient dell'acqua leggera frusciante diffusi dagli altoparlanti e che venisse il dubbio, nel Teatro Romano fascinoso nel buio, che fosse proprio la piccola zona dell'orchestra sotto la cavea, sommersa dall'acqua, a risuonare. Poteva capitare altrove, in un'altra location come si usa dire, di avere una consonanza simile?
Ma lo scopo della violoncellista non era quello di tentare la via greca per il suo concerto catanese: ovvio che sì, ma proprio qui si mostra la capacità di lettura dei luoghi da parte di un'artista.
Live electronics, sovraincisioni, suoni ambient, la consistenza vetrosa del violoncello amplificato, strutture minimaliste con una forte propensione ritmica piuttosto che verso un impasto armonico o una costruzione melodica da canone o da fuga: in un Teatro Romano con gradinate in legno e parti originali in pietra, non sono questi gli elementi di una mescolanza di stili e generi sullo stile rodiese, dove a prevalere è la condivisione emotiva con il pubblico?
Se i nomi citati si son fatti grossi, Julia Kent non scompare nel paragone: ci ha lasciato anzi l'appetito per riascoltarla piacevolmente, magari ancora in una cornice dall'acustica non da studio di registrazione (Asiana) né da concerto dei Rasputina (il suo vecchio gruppo di soli violoncelli, Atticista), ma straordinariamente consona e armonica e veramente greca come il rodiese Teatro Romano di Catania.

sabato 10 maggio 2008

"Desine meque tuis incendere teque querellis:/ Italiam non sponte sequor.": una musica che incendia

Desine meque tuis incendere teque querellis:
Italiam non sponte sequor.

Smettila, dunque, coi pianti di ferire a fuoco te e me:
Non vado in Italia da me.


Una vecchia norma per l'ortoepia - la corretta pronuncia - dell'esametro latino, è quella di far sentire un accento per ogni arsi del piede metrico...
Già a sentire una definizione del genere, si perderebbe la voglia di leggere e ruminare fra sé e sé Virgilio, di cercare di capire come in questo Enea che si allontana da Didone, e pare sospirare con i suoi accenti, e rallentare la corsa delle sue parole, si intraveda già tanto di quegli eroi di Torquato Tasso nella sua Gerusalemme liberata, tanto di quel languore di Giambattista Marino nell'Adone, senza per questo scadere in una loquacità priva di turgore spirituale e solo brava ad imitare la sofferenza - più un cardellino in gara con un liuto, quindi, nell'Adone, dove questo è un episodio celeberrimo, che tanti amanti e rose e spine e onde fra i capelli e fulgori fra le labbra di rubino.
Insomma, in questo Virgilio, potremmo sentire, anche nella cadenza lenta delle sillabe, anche "Il portiere caduto alla difesa, ultima, vana" - quell'epica piccola, quella piccola Iliade che Umberto Saba ha donato al Novecento con le sue Cinque poesie per il gioco del pallone.
Ma per sentire un po' più veramente quell'esametro e mezzo dell'Eneide - che avrebbe questa scansione, Désine méque tuís | incéndere téque queréllis:/ Ítaliám non spónte sequór - dovremmo pensare forse al vecchio prosodiare degli avvocati nelle arringhe, a qualche brano scanzonato e irrisorio di Vittorio De Sica; al salire e scendere musicale degli accenti, che il nostro semplice rafforzamento tonico non fa che ridurre ancor più rispetto al presunto vero modo di pronunciare degli antichi Indoeuropei, Latini compresi.
Allora potremmo pure ricordarci - sentendo la musica fra le parole, sentendo lo scontro sciabordante della chiglia della nave in mare - di un verso di Apollonio Rodio nelle Argonautiche, quello proprio all'inizio del poema, quando al principio ancora del "Catalogo degli eroi" che accompagneranno Giasone nel suo viaggio, si dice

ὡς οὐκ ἀνθρώποισι κακὸν μήκιστον ἐπαυρεῖν

nessun male è così lunge dagli uomini, che non l'incontrino


e anche qui si sente un'irruzione, e poi un subito frenare delle sillabe - hṓs oúk anthrṓpoisí kakòn | mḗkiston epauréîn - che di sicuro ha ispirato, scritto qualche secolo prima, Virgilio e il suo Enea, almeno per una musica che ferisce col fuoco...