Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fai voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze... (Konstantinos Kavafis)

mercoledì 15 aprile 2009

Un pentametro dattilico di Rainer Maria Rilke: "Elegie Duinesi", 1, 22

Niente discussioni pesanti per un verso luminosissimo di Rainer Maria Rilke: ad altre occasioni una disamina più approfondita della questione, se ne avrò la forza - sono mesi che non tornavo da queste parti a scribacchiare...

Fra le mani ho l'edizione con testo a fronte Einaudi delle "Poesie 1907-1926" di Rainer Maria Rilke, curate da Andreina Lavagetto e tradotte principalmente da Giacomo Cacciapaglia e da Anna Lucia Giavotto Künkler (cui si deve la versione delle Duinesi), oltre che della stessa Lavagetto.

Il verso 22 della Prima Elegia suona, in originale e nella traduzione:

Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los

Ah, si occultano solo l'un l'altro la sorte

Ecco, fosse solo la misura classica della pentapodia dattilica, saremmo di fronte certo ad un già splendido connubio di forma e contenuto, specie con il ritmo cadenzato dalla cesura che pare proprio simulare il "nascondimento della sorte" (nur | mit), amoroso e delicato imbroglio, pio e sensibile; ma avremmo un esempio di compostezza goethiana, null'altro.

Il fatto è un altro: godere della lettura metrica consente di rinvenire, già in prima approssimazione, di un'altra sottigliezza che Rilke pone nel rapporto tra forma e contenuto.

Si legga intanto il verso rispettando questo schema:

­­­­­­­-˘˘­­­­­­­-˘˘­­­­­­­- | ˘˘­­­­­­­-˘˘­­­­­­­- (˘˘)

cioè

Ách, sie verdécken sich núr | mit einánder ihr Lós

In questo modo è più facile vedere come il pentametro costruito da Rilke sia catalettico in syllabam (“Lós”, appunto): dov’è dunque la finezza del poeta? Il fatto è che Los, la “sorte” come la traduce la Giavotto Künkler – dunque Fatum, Schicksal, o più propriamente la vox media Fortuna – è anche una strizzatina d’occhio alla particella enclitica privativa del tedesco, -los (quella che equivale all’odierno inglese –less). Dunque una “perdita”, una “privazione”, segnata da una “privazione metrica”, da una “perdita” di quantità sillabica indifferente (le due sillabe brevi del piede), che dal punto di vista formale indica la mancanza di stabilità del Destino e assieme la mancanza di comunicazione fra i due amanti.

Stesse finezze anche nella splendida traduzione italiana, che riesce anche a trovare la medesima vocale tonica dell’originale (“mit einánder”, “l’un l’áltro”) e il suo colore di apertura alla pronuncia, di rallentamento del ritmo dopo la cesura. Poco importa che la nostra lingua sia refrattaria alle parole tronche e che quindi il potentissimo monosillabo del tedesco di Rilke qui sia una piana: quella che si potrebbe anche interpretare come una sorta di (impropria) dialefe all’inizio del verso,

si|occúltano

è il perfetto equivalente dell’aspirazione iniziale di Rilke, irraggiungibile in italiano, Ach.

Non appesantisco più il ragionamento…

martedì 14 ottobre 2008

"L'anello di Re Salomone" di Konrad Lorenz: eutanasia e umiltà

L'anello di Re Salomone, il Classico dei Classici dell'etologia e in genere della divulgazione scientifica del Novecento, non avrebbe e non ha invero bisogno di presentazioni: scritto con brio e profonda intelligenza dal padre della moderna etologia, l'austriaco Konrad Lorenz, pubblicato nel 1949 (in Italia uscì già per i tipi di Adelphi nel 1967, mentre l'immagine di copertina a fianco è quella della 22° edizione, uscita dal medesimo editore nel 2006 - fra le immunerevoli pagine dove trovare notizie, segnalo come al solito quella istituzionale dell'Editore, a questa pagina) e poi ristampato centinaia di volte in tutto il mondo per studiosi, studenti, appassionati, pensatori di varia foggia, illuminante e tenerissimo.
Tutti gli aggettivi, e la chiarezza nitida della esposizione di Lorenz l'hanno reso un volume famosissimo, e dalle variegate capacità di influenza sul mondo e sul pensiero degli uomini.
Mi piace, di questi tempi in cui si fa sentire spesso la necessità di maggiore cautela nelle affermazioni che si sceglie di rendere pubbliche, e di maggiore umanità, riportare due passi da questo volume che raccoglie articoli e scritti usciti su riviste specializzate e non fin dagli anni '20 del Novecento - come per tutte le cose intelligenti, la patina del tempo che certe idee mostrano di possedere, ha conferito gusto e pregnanza al messaggio.

Nel capitolo in cui esamina le varie possibilità che si offrono a chi voglia comprare un animale da tenere in casa, si trova questa nota:
Ma non c'è nulla che esasperi i nervi come un animale che soffre, e già solo per questa ragione, anche se non vi fossero motivi morali più elevati, si deve caldamente raccomandare di comprare in un primo tempo solo gli animali facili da mantenere in buona salute. Avere in casa un pappagallo tubercolotico è un po' come avere un membro della famiglia moribondo: e se nonostante tutte le precauzioni un animale si ammalasse di un morbo inguaribile, non negateglie quell'atto di misericordia che un medico non può praticare ai pazienti umani in condizioni simili.
Dunque è evidente il collegamento con i dibattiti etici e pratici che animano le discussioni e le vite di migliaia di persone nel mondo...
Per non considerare però Lorenz un campione del cinismo "scientifico" dettato dalla freddezza della professione di zoologo ed etologo, soccorre un altro brano, che si legge alla fine del volume, e che rievoca i dubbi e le perplessità del Lorenz sperimentatore e gestore di una comunità di pitoni:
Molti anni fa all'Istituto di Zoologia io avevo in custodia dei giovani pitoni abituati a cibarsi di topi e di ratti morti. Poichè è più facile allevare i ratti che non i topi, sarebbe stato ragionevole nutrirli appunto di ratti, ma per far questo io avrei dovuto uccidere dei ratti giovani. Ora però i giovani ratti della grandezza di un topo domestico, con la loro testa grossa, i grandi occhi, le gambette corte e grassocce, e i loro goffi movimenti infantili, hanno tutte quelle qualità che destano in noi tanta simpatia e tenerezza verso gli animali giovani e verso i bambini. Io quindi non riuscivo a decidermi ad uccidere i ratti, e solo quando la riserva di topi dell'Istituto fu considerevolmente decimata seppi indurire il mio cuore, dicendomi che in fondo io ero uno studioso di zoologia sperimentale e non una vecchia zitella sentimentale: uccisi sei piccoli ratti e li diedi in cibo ai miei pitoni. Dal punto di vista della morale kantiana questa mia azione era ineccepibile, perchè sul piano razionale non è più riprovevole uccidere un giovane ratto che un vecchio topo. Ma, per il sentimento, le non stanno così, e io dovetti pagarla caramente per non aver ubbidito alla sua voce che cercava di dissuadermi. Per almeno una settimana quell'avvenimento mi perseguitò nei miei sogni tutte le notti: comparivano i piccoli ratti, ancor più carini che nella realtà, e avevano lineamenti di bambini, e ogni volta che io li sbattevo per terra (questo è un metodo rapido e indolore per uccidere animaletti di quel genere) gridavano con voce umana e non volevano morire a nessun costo. Indubbiamente il danno che mi ero procurato uccidendo quei cari piccoli ratti mi portò sulla soglia di una piccola nevrosi, e, edotto da questa esperienza, da allora in poi non mi vergognai mai più dei miei sentimentalismi e non mi opposi alle inibizioni di carattere emotivo.
Quando si sente parlare di eutanasia, di morte e vita, di testamento biologico e di libertà personale, si dovrebbe avere l'accortezza di rileggere queste righe, di confrontarle e comprendere come esse non siano mutuamente escludentisi, ma che anzi possono convivere amabilmente e proficuamente senza cadere in idiosincrasie e schizofrenia.
Da un etologo e filosofo come Konrad Lorenz viene quindi una lezione di scienza e coscienza tanto più valida oggi perchè pronunciata nel 1949, alla fine di una guerra tragica, con i pensieri rivolti a ben altro che a sottili questioni prive di importanza.

mercoledì 1 ottobre 2008

Dalla comunità all'individuo: una Storia della Chiesa secondo John Bossy


Già da qualche tempo in Italia si susseguono vicende e casi letterari legati a libri che trattano argomenti religiosi, e almeno due fra 2007 e 2008 hanno segnato la scena storiografica: il libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue", uscito e subito ritirato nel febbraio del 2007 (adesso in una nuova edizione uscita nel febbraio del 2008 per l'editore IlMulino), che ha per tema le vicende dell'ebraismo ashkenazita nei secoli del Medioevo; e il volume di Sergio Luzzatto intitolato "Padre Pio", che analizza la vicenda umana e ecclesiale di San Pio da Pietralcina mettendo in discussione la soprannaturalità dei segni e delle stimmate sul suo corpo (una scheda sul libro, pubblicato da Einaudi nel 2007, si legge a questa pagina).
In questo clima mi piace ricordare il libro di uno storico inglese, John Bossy, dal titolo "Dalla comunità all'individuo. Per una teoria sociale dei sacramenti nell'Europa moderna", (uscito da Einaudi nel 1998 - una scheda si legge nella pagina dell'editore) che tratta un tema tutt'altro che slegato rispetto alle questioni dei rapporti con l'Ebraismo o con la spiritualità del Novecento per come si è manifestata verso la ricerca di figure di "santità conclamata", da Padre Pio al grido di "Santo subito!" urlato prepotentemente alla morte del papa più mediatico del Novecento, Giovanni Paolo II.
La personalizzazione dell'esperienza religiosa che la modernità ci consegna, ha visto decadere le forme sociali delle liturgie, dei riti e dei sacramenti, per accentuare al contrario l'assunzione singola del rapporto col divino - risultato della Controriforma ma anche delle nuove idee della scienza e di un rapporto differente della religione con la politica del tempo.
In un'epoca in cui si manifestano sempre più forti contrasti nelle "pratiche religiose" della cristianità (e soprattutto del cattolicesimo romano), un libro come questo di Bossy offre molti spunti di riflessione per comprendere i movimenti religiosi, le "innovazioni-rivoluzioni" della liturgia in latino preconciliare o il sacerdozio femminile alla luce di quella personalizzazione che spinge sempre più la religione verso l'orizzonte di un bisogno esclusivo e spesso lontano dalla ecclesìa.

sabato 20 settembre 2008

La "Parola" nei "Diari" di Franz Kafka

26 Dicembre 1910. Due giorni e mezzo ero solo (benchè non del tutto) e già sono, se non mutato, sulla via di esserlo. La solitudine ha su di me un potere che non si smentisce mai. Il mio intimo si scioglie (per ora soltanto superficialmente) ed è disposto a lasciare via libera a qualcosa di più profondo. S'incomincia a costruire un piccolo ordine del mio intimo che è ciò che più mi occorre, poichè non c'è di peggio del disordine quando si hanno esigue capacità.
27 Dicembre. La mia energia non è più sufficiente a formulare una proposizione. Eh sì, si trattasse di parole, se bastasse aggiungere una parola e si potesse allontanarsi con la coscienza tranquilla di aver completamente empito di sé questa parola.
Alla fine del suo primo anno di resoconto personale, Franz Kafka ha ampliato la cerchia delle sue conoscenze nel mondo praghese, ha frequentato salotti intellettuali e incontrato studiosi e pensatori (su tutti Albert Einstein) e dunque anche le idee sulla relatività delle leggi fisiche e l'insondabilità dell'animo umano (la psicanalisi). Si prepara a viaggi in molte località europee e viene dall'esperienza di un club a ispirazione socialista rivoluzionaria - sta male, e nell'anno successivo frequenterà una casa di cura per la sua malattia polmonare.
Finirà di scrivere i suoi Diari tredici anni dopo, un anno prima della morte (avvenuta il 3 giugno del '24, mentre l'ultima pagina del diario reca la data 12 giugno 1923), con una costante attenzione per le parole, e la Parola in particolare - la cifra del mutismo e del silenzio che avvolge i suoi racconti e i romanzi.
È un'attenzione tutta ebraica, teologica: anche se Kafka diffidava delle interpretazioni teologiche che potevano venire ai suoi scritti applicate - eppure la costanza, la pendolarità almeno del tema mostra quanta necessità vi fosse di affrontarlo, di superare paure e reticenze anche verbali, scrittorie verso quel pensiero.
Sempre più pavido nello scrivere. Ed è comprensibile. Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti - questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico - diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un'osservazione come questa. E così all'infinito. L'unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia. E ciò che vuoi è di aiuto appena percettibile. Più che consolazione è: che anche tu possiedi armi.
Chi è il tu a cui si rivolge Kafka?
Si tratta forse di una donna, forse la Krizanovskaja che compare nella voce immediatamente precedente nel diario? O la Krizanovskaja è una strada, illustrata in cartolina come nel medesimo passo si legge? O il tu è riferito alla compagna degli ultimi mesi di Kafka, Dora Dyamant? O lo scrittore si rivolge a Dio? Oppure a sé stesso?
In ogni caso quelle armi che sono di consolazione nell'ultimo pensiero di Kafka, sono armi la parola e il destino che le incombe, quello cioè di essere strumenti offensivi che si rivoltano contro verso chi le pronuncia, termini e voci che si è perso il potere di dominare e di indirizzare ma che invece cercano, uscendo dai denti, la loro violenta libertà trasformandosi in lance che colpiscono il parlante, anche quando pensa e ancora non ha pronunciato nulla.
Nemmeno Kafka è padrone, come tanti poeti del Novecento, della parola e del suo potere nominatorio - il fatto è che qui non si tratta di una diminutio nella potenza conoscitiva che deriva dal possedere l'alfabeto del mondo, quanto di scoprire che la vera natura dei pensieri e dei concetti che le parole esprimono è infida e minacciosa, violenta e imprevedibilmente crudele, pronta a lottare contro il proprio creatore.
Come se il Mondo, portato all'esistenza da Dio con la Parola, si mostrasse riottoso verso quell'atto, che in realtà non presuppone Dio e addirittura lo cancella ("[...] diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un'osservazione come questa. E così all'infinito. L'unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia").
A cosa valgano delle armi che condividono lo stesso destino per un altro parlante, è facile immaginare: alla distruzione ancor più totale e coinvolgente di una Guerra non soltanto mondiale, non meramente umana - un'immagine sarebbe quella a Kafka contemporanea dell'ecpirosi finale de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La completa distruzione di ogni rapporto basato sul linguaggio, ragione o affetto e sentimento che sia; dunque la distruzione di ogni rapporto con Dio.
Inutile allora lanciare una profezia ex post con Kafka e arrivare dalle sue parole al genocidio consumato da lì a qualche anno nella Germania nazista - non solo il silenzio di Dio, ma le parole di libertà - "Arbeit macht frei" - che divennero lance.

mercoledì 17 settembre 2008

Glenn Gould, L'ala del turbine intelligente

"Strano modo di pensare: malgrado la sua semplicità da buon provinciale, Bach è il più tipico esempio del genio musicale completamente avulso dal suo tempo, non perché precorre storicamente (cronologicamente) il futuro, ma perché la parte più significativa della sua opera trae ispirazione dal passato, dall'epoca d'oro di quella polifonia che per i suoi contemporanei era ormai morta e sepolta".
Queste parole di Glenn Gould si leggono in una delle prime e più fortunate raccolte di scritti sulla musica del pianista uscite in Italia, pubblicata per la prima volta da Adelphi nel 1988 con il titolo che viene da un verso di una poesia di Baudelaire, L'ala del turbine intelligente.
Quaranta fra articoli pubblicati in riviste musicali (e non), note di copertina per registrazioni, interviste immaginarie, dove proprio le parole che Gould dedica a Bach definendolo "buon provinciale" fanno luce appunto sul genio musicale del pianista canadese che si ritirò per lunghi anni di solitudine nella sua casa in mezzo ai boschi, e si immerse anch'egli in forme di pensiero e composizione, come la fuga, utilizzate di rado dai suoi contemporanei.
Un esempio ne sia la notissima fuga So you want to write a fugue, che Gould compose per una serie di trasmissioni per la televisione canadese, e che viene presentata in un scritto presente nel libro, con un procedimento letterario che si avvicina fortemente a quello musicale, imitazione e variazione per linee strette di pensiero che solo un grande pensatore come lui poteva creare.
Basta dare, in fondo, solo uno sguardo al fittissimo Indice dei Nomi che si trova a conclusione del volume per rendersi conto delle letture e della raffinatezza intellettuale di Gould, che fu veramente "un genio musicale avulso dal suo tempo".
Potete trovare altre informazioni sul sito della casa editrice, a questa pagina.