Capita spesso così—che nella furia e nella tempesta delle cose da dire e da esperire (la Rete è maestra e complice), non venga una dimenticanza ma un affollamento: gli avveduti la chiamano con termini medici divenuti ormai consuetissimi, bulimia mediatica, con varianti—ipertrofia spesso.
Dunque capita pure di tornare a luoghi che hanno vita in Rete e ne portano il sapore al pari di quelli fisici, dato che il nostro Mondo è proprio così fortemente interconnesso: anche un blog può avere quel profumo di ricordi e madeleines dato da libri, piante, certi mobili smossi da pareti umide; è un'immagine da romanzo o da film, ma è anche un'ottima metafora.
Senza andare troppo lontano, questa è una concreta derivazione dalla gnoseologia (tutta pragmatista) di David Hume e di un suo geniale discepolo, Bertrand Russell, che parlavano ambedue di acquaintance: questa è una conoscenza per familiarità, una conoscenza superficiale—ma è proprio una gnoseologia parallela e concorrente a sorreggere questa metaforica della Rete.
La rete è una superficie (sostanzialmente) bi-dimensionale che può inglobare una profondità, può
crearla per fenomenizzazione, dunque
manifestarla: questa sarebbe una gnoseologia nella linea che va da Aristotele in poi, da Novalis a Karl Popper, e nella accezione della
conoscenza superficiale dove ci si avvicina alle teorie contemporanee, al pensiero di Gilles Deleuze e Felix Guattari col loro
rizoma e a quel che ne deriva—le teorie della complessità e quindi le implicazioni delle teorie di rete
a invarianza di scala con i loro ultimissimi approcci da parte di Laszlo Barabási (se ne ha una prima informazione a
questa pagina, mentre una intervista su Nova24 del 24 luglio 2011 si legge a
questa pagina).
La rete—e la
Rete di Internet—sarebbe sempre più efficacemente il rimedio
bulimico,
ipertrofico contro l'
horror vacui per il quale ci dibattiamo con i progressi più o meno visionari della Tecnica: da chi immagina già da anni il
Web 4.0, fatto di una connessione
continua e non vincolata da fili, cavi, mezzi di trasporto e trasmissione visibili, dove tutto il contenuto
formato appunto in Rete sarebbe a disposizione come un enorme database relazionale (con tutte le implicazioni del caso); a chi cerca sin da ora di metterlo in pratica
normalizzandolo con la domotica. E dunque apparecchi domestici connessi ad Internet o alle reti telefoniche—un retaggio di un passato archeologico, in fondo, visto il VoIP—ovunque raggiungibili, da ogni luogo azionabili e controllabili; ma anche pagamenti automatici con l'avvicinamento di smartphone, e già presto chip impiantati poco sotto la pelle per dare
prova di
sé stessi, della propria
identità informatica, che via via aggancerà e sostituirà quella sostanziale (quella fisica essendo ridotta a ben poco anche grazie alla capacità di controllare attraverso le onde cerebrali i vari strumenti—e già accade in laboratori tutt'altro che da fantascienza).
Dunque una Rete con delle maglie e dei nodi tanto
fitti e
interconnessi da poter assurgere al premio di
emulare con il
discreto dei bit il
continuo del Mondo: magari con la
computazione quantistica e i
qbit, legati non a caso ad una gnoseologia del
probabile e non del
certo—ammesso che esista ancora l'utilità di ragionarne.
Una Rete dove il Tempo e lo Spazio saranno via via resi insulsi: lo spazio proprio per la
invarianza di scala e la
adimensionalità della rete di dispositivi connessi con una
continuità che consentirà di abbattere definitivamente anche il Tempo, il
prima e il
dopo (non solo quelli del senso comune, ma anche quelli dei filosofi, visti i ripetuti approfondimenti sulla comprensione e sulla riproducibilità controllata dell'
entanglement quantistico, di cui si legge in prima battuta a
questa pagina).
Tutto questo vale anche per un problema ormai
archeologico (nel significato dato a questo termine da Foucault e in questi ultimi decenni da Agamben), quello di una
reificazione della Struttura—la maiuscola la fa da padrone! Una
struttura che è materiale, fisica—una rete elettrica e di computer, le connessioni via cavo, le onde elettromagnetiche per i wireless—dà forma e sostanza a un mondo virtuale, il quale diviene concretissimo e attuale, come in un circolo di corroborazione pragmatica, appunto. Viene sempre da citare Jean Petitot-Cocorda, come più volte è capitato fra i miei post...
La tecnologia—quindi
le tecnologie che l'approccio multidisciplinare di oggi riesce a far cooperare—potrebbe condurre ad una significativa modificazione della stessa vita
biologica in quanto e per il tanto che essa sarà via via sempre più integrata in una struttura apparentemente
non-ancora-biologica che "emergerebbe" come un fenomeno
epigenetico di diversa e maggiore
organizzazione. La vita riuscirebbe a cooptare la
non-vita (oggetti, strumenti, processi) rendendoli parte della sua nuova natura: e se qualcuno potrebbe pensare che la "cooptazione" è un metodo di inclusione
non-democratico, beh, c'è da ricordare che
bíos, la "vita", ha la stessa origine di
bía, la "gagliardia violenta", la violenza dunque tout court.
L'integrazione, cooptata o meno che la si voglia considerare, di vita umana
androidica nelle strutture fisiologiche attuali (dalle protesi
esterne per la masticazione, la vista, l'udito, a quelle
interne, come i chip) potrebbe rendere molto più concreta della semplice
domotica l'interazione con la Rete informatica globale: ma le
leggi empiriche di Moore sulla crescita della potenza di calcolo dei circuiti integrati, e la crescita esponenziale del progresso tecnologico indicata dalle
leggi di Kurzweil, dovrebbero portare verso una riflessione meditata e non fantascientifica.
Se da un lato ci sono miriadi di prove a favore della tesi che che la complessità computazionale di alcuni problemi non sarà scalfita di molto dal progredire delle prestazioni dei circuiti integrati nei processori dei nostri futuri computer, e che quindi noi non saremo mai in grado di
calcolare alcune cose (né con i
bit discreti, né con i
qbit probabilistici), vi sono anche delle prove del fatto che riusciremo in una singolare applicazione della tecnologia.
L'evoluzione scientifica, e dunque filosofica in senso pieno e largo, ci porterà a poter interrogare l'informazione
biologica presente nelle molecole e addirittura in strutture viventi come quelle dei batteri (un bellissimo articolo sugli esperimenti di assemblaggio di "computer biologici" da parte di scienziati londinesi si legge su Le Scienze Online a
questa pagina), e dunque a poter interrogare anche le molecole in generale, integrandole
direttamente nella nostra vita fisiologica
androidica, grazie alle strutture vivificate all'interno del nostro corpo. Sarà possibile—chissà quanto in là nel futuro—poter toccare una pietra e saperne i passaggi lungo la crosta terrestre, interrogarne gli esseri viventi presenti e quelli morti che la compongono: vedere in prospettiva quindi una
memoria del Mondo sempre presente e forse mai cancellata, perché varrebbe sempre la legge di conservazione dell'energia/massa, dal passato di Antoine Lavoisier ad Albert Einstein alle recenti e ancora da comprendere pienamente scoperte sperimentali sulla velocità di cammino dei neutrini.
Sarebbe possibile accedere ad una universale memoria
del Mondo, vale a dire "inscritta" in ogni sua singola particella costituente, e insieme—contemporaneamente—avere e mantenere una universale memoria
del Mondo, di tutte le cose accadute: sarebbe dunque possibile cancellare il tempo in un eterno presente, per il fatto di essere costantemente, in ogni istante,
conoscenti tutto, vale a dire
potenzialmente onniscienti.
Si capisce quindi che il ragionamento sui
limiti fisici dell'informazione (e dunque della sua capacità di essere
trattata,
immagazzinata,
interpretata) sarebbero superati in una maniera difficile da immaginare adesso: l'intuizione degli Atomisti Antichi come Democrito o Lucrezio, quella di un flusso di particelle indivisibili in scambio perpetuo con il nostro corpo e indispensabili per le nostre sensazioni, sarebbe superata da un nuovo panteismo come quello di Spinoza—quello di un essere senziente ubiquamente diffuso e posto fuori del tempo per il fatto di continuare a conoscersi come
Anima del Mondo anche dopo la dissoluzione del proprio corpo fisico. Un'idea neoplatonica forse, oppure orientale, taoista: ma forse ci sarebbe bisogno di leggere una versione aggiornata de "
Il Tao della Fisica" di Fritjof Capra...
Ne "
Il cammino dell'uomo" il filosofo Martin Buber scrisse che "
L'uomo deve allontanarsi dalla natura solo per ritornarvi rinnovato e per trovare, nel contatto santificato con essa, il cammino verso Dio": se la vita dell'uomo sta diventando sempre più una vita in
Rete, da tutti i molteplici punti di vista avvicinati nel ragionamento che va a chiudersi, allora v'è forse in quella possibile riunificazione di Uomo e Natura un vero e potente ritorno in Dio.
Del resto, quando Quinto Orazio Flacco scrisse l'espressione della sua fiducia nella
memoria al di là del tempo, in quell'
exegi monumentum aere perennius scrisse anche, a suo modo, la fiducia che persino il bronzo, pur sfatto e decomposto dai secoli, potesse ritornare a parlare in un granello di sabbia, in un fiore raccolto, nel corpo di un suo lontano sconosciuto discendente, nel chip di un computer o nel volo di una farfalla...